Spira un vento strano. Pregno di echi antichi.
Sembra… il vento del ’68.
Ma del sessantotto vero. Non quello di cui si riempiono in troppi la bocca da oltre mezzo secolo. Il (falso) mito piccolo borghese dei figli di papà che scendevano in piazza e urlavano slogan senza senso. Per loro. Contro poliziotti e carabinieri che erano, loro per davvero, figli di contadini. Popolo. Come ebbe il coraggio solitario di scrivere Pier Paolo Pasolini.

No. Questo è il vento che ricorda il ’68 vero. Quello delle Università americane. Che poi giunse, nel maggio, a Parigi. E solo più tardi, in Italia, si fece farsa.
Allora, ad alimentare la protesta degli studenti di Berkley e degli altri atenei statunitensi, era lo spettro del Vietnam.
Una guerra che andava crescendo. Consumando vite di giovani americani.
Uno dei più lampanti esempi di stupidità militare. E di sfruttamento di una guerra, inutile e infinita, per gli interessi di finanza ed industria bellica.
Una guerra che Washington non poteva vincere. Soprattutto perché non voleva vincerla. Come dice il Gunny di Clint Eastwood. L’interesse era nella guerra. Nel suo perdurare. Non nella vittoria.
Fu l’altra America a scendere in piazza. Ferita dalle immagini dei marines che tornavano nei sacchi di juta. Dai filmati di reportage della jungla che divorava vite. Dalla notizia dei massacri di My Lay.

L’America più autentica… anche se forse male rappresentata dai capelloni dei Campus con chitarre e simboli anarchici. L’America la cui “caduta” veniva cantata – o forse profetata – da Allen Ginsberg. E narrata in “Sulla strada” da Keruack.
Fu, quel ’68, il termometro di una febbre strisciante. E bruciante. Che portò a quel “crollo del fronte interno” che costrinse, poi, Nixon a districarsi dal pantano indocinese. Abbandonando al loro destino quei sud vietnamiti che alle promesse di Washington avevano creduto.
E fu un destino tragico.
Ma la guerra, le guerre, oggi non si fanno più per vincere. Per conseguire un risultato. Politico o geopolitico che sia. È un mostro che alimenta se stesso. Che ha bisogno della guerra, e del sangue, per prosperare e arricchirsi.
Il Baal cartaginese in versione gigantesca. E globale.

E allora la guerra infinita in Ucraina. E quella, di annientamento, nella Striscia di Gaza. Contro la quale, soprattutto, protestano gli studenti americani. Anche studenti ebrei. Ma non conta. Per i nostri Media sono, comunque, antisemiti.
Un nuovo ’68? Capace di smuovere l’opinione pubblica, e costringere la politica a porre fine a conflitti e massacri?
Perché così fosse, ci dovrebbe però essere la politica. E dei politici, soprattutto. A Washington e in Europa. Capaci di interpretare gli umori ribellistici dei loro paesi, che in queste proteste, confusamente, affiorano,
E, soprattutto, in grado di fare scelte. Di prendere decisioni autonomamente.
Cosa che non possono fare le marionette.