“Adorna le pareti, col vischio e l’agrifoglio…”
Questo vecchio motivetto natalizio mi continua a frullare in capo. Senza trovare conclusione.
Un vago ricordo…probabilmente una caròla popolare, che però devo aver appreso da un vecchio fumetto. Un vecchio albo natalizio di Paperino, probabilmente.
Vischio, agrifoglio. Le piante del Natale. Non le sole, certo, perché ve ne sono altre, e molte, dal pungitopo sino alla, più moderna, Stella di Natale.
Un tempo usava adornare tutta la casa con queste. In segno di buon augurio, diremmo oggi.
Piuttosto, però, per ragioni…magiche. In funzione apotropaica.
Perché le piante non sono solo degli ornamenti. Non lo possono essere, in quanto vive. Ed è la vita che esprimono, non semplicemente rappresentano, ciò che davvero conta.
E infatti vischio, agrifoglio finti, di plastica, che non sporcano, che non invecchiano, sono cosa di uno squallore indicibile.
Ornamenti vuoti di significato. Vuoti e, in fondo, tristi.
Perché le, cosiddette, piante ornamentali del Natale devono essere vive. E trasmettere a chi le percepisce coi sensi – non solo la vista, ma anche l’olfatto, il tatto… – una emozione profonda. Che è, poi, una connessione, in gran parte inconscia, con lo Spirito di queste Feste.
Al quale, non a caso, queste piante sono sacre da tempo immemorabile.
Immemorabile. Perché precedente di molto, moltissimo, la loro cristianizzazione.
Quando gli antichi Druidi si recavano nel folto della foresta, per cogliere il muschio con la mano sinistra. E l’uso di un falcetto rituale d’argento. Il metallo della Luna.
O quando Enea, su indicazione della Sibilla Cumana, si inoltra a sua volta nel bosco sacro. E coglie un ramo del rampicante, vischio o agrifoglio, che gli permetterà la discesa agli Inferi. Facendo cadere in un sonno profondo i mostri che vigilano la porta di passaggio fra i Mondi.
Perché le piante beneauguranti del Natale, hanno sempre questo volto duplice. E presentano un legame inscindibile con l’Oltretomba. O meglio con l’altra dimensione. Con le loro bacche e, al contempo, con gli aculei che possono ferire chi non usi adeguata cautela nel coglierle.
Che è, poi, il volto, duplice, del Natale stesso. Solstizio d’Inverno. La tenebra più profonda che regna sulla Terra, epperò il segno, appena percettibile, la speranza della rinascita.
Che non è, solo, osservazione della natura. Piuttosto capacità di cogliere nel fenomeno naturale qualcosa di superiore. Di spirituale.
Capacità che era l’arte dei Druidi, così come dei Pontefici romani, dei Trotti scandinavi, e degli sciamani.
E, allora, noi ancora continuiamo ad adornare le case con questi rampicanti. Vischio, agrifoglio, pungitopo …
E qualcosa risuona in noi. Attraverso i secoli. I millenni. Qualcosa di magico, che stentiamo a comprendere.


