Aggiustare l’universo. Attraverso i dettagli

25 Dicembre 2024

Raffaella Romagnolo, Aggiustare l’universo, Mondadori, Milano 2023

 

Quello che di primo acchito colpisce in questo nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo è la scelta stilistica, che da un lato esaspera la tecnica dell’enumerazione (non di rado “caotica”), già sperimentata nei due precedenti “comparti” del trittico storico-narrativo dedicati alla cittadina di Borgo di dentro – Destino (2018) e Di luce propria (2021) – e dall’altro prosciuga al massimo la sintassi privilegiando sistematicamente la paratassi e l’asindeto, anche a costo di scindere le subordinate dalla loro logica dipendenza. Senza per questo mortificare il ritmo, che si avvale spesso di anafore, di sapienti iterazioni e, quando non si esaurisca in brevi e secche enunciazioni, di una scansione per lo più ternaria. Linguaggio essenziale, stile nominale, cui non di rado concorre l’uso dell’infinito sostantivato. All’asciutta drammaticità degli eventi, che non abbisognano di ambagi o di commenti, giacché parlano da soli, si contrappongono gli indugi sulle cose: su di esse si concentrano i sensi e ad esse indulge una memoria, ora amorosa ora ossessiva, che solo nelle rassegne e nelle ricognizioni, non solo oggettuali, sembra trovare un appiglio esistenziale, una sorta di ubi consistam.

Questo vale soprattutto per le due protagoniste del romanzo: la giovane maestra Gilla e la sua allieva Ester Sacerdoti. Che, non a caso, sono ambedue sradicate: la prima in quanto sfollata da Genova, divenuta bersaglio dei bombardamenti alleati; la seconda, ebrea, per essersi dovuta separare dai familiari dopo l’emanazione dei famigerati “Provvedimenti per la difesa della razza” e dopo una tortuosa odissea che dalla natìa Casale Monferrato l’ha, a sua volta, portata a Borgo di dentro. All’orfanatrofio, sotto il falso nome di Francesca Pellegrini. L’una e l’altra devono superare un trauma, elaborare un lutto: Gilla, la perdita dell’amato Michele, ucciso per rappresaglia dai tedeschi; Ester, il distacco dalla famiglia, della quale ignora il destino.

Ma, mentre la maestrina, che ha avuto modo di partecipare alla Resistenza da staffetta partigiana, nonostante perseveri nel gioco psicotico di un fittizio dialogo con l’amato scomparso, ha trovato nell’insegnamento una nuova ragione di vita che la induce a guardare positivamente al futuro, la fanciulla è tuttora visceralmente legata al passato, per lei tutt’uno con la madre, il padre, la casa del paese natìo. Di questa ha memorizzato ogni particolare e di quando in quando, in una sorta di filastrocca mnemonica, ne rinnova tra sé e sé la ricognizione. Quasi che nominare le cose valesse a garantirne la sussistenza, ad evocarne materialmente la presenza e l’attualità. È forse questa la ragione per cui anche la nostra scrittrice si compiace oltre modo delle enumerazioni: per un’esigenza di icasticità, di realismo oggettivo. È nei dettagli che si annida l’anima delle cose, la loro infungibile essenza storica. D’altra parte, ella, pur essendo onnisciente e pur essendo in grado di leggere nella mente e nel cuore dei personaggi, su di essi non prevarica, anzi la narrazione è in genere focalizzata, a turno, su di loro. Ed ella si limita ad adottarne il punto di vista, a rilevarne pensieri e sentimenti, riservandosi piuttosto il compito di orchestrare tempi e luoghi delle vicende secondo esigenze eminentemente narrative. La linearità cronologica è così franta da diverse analessi e, di conserva, cambiano pure le locations: da Borgo di dentro si passa a Genova, da Casale Monferrato a Torino, da Parigi ad Auschwitz, e via dicendo.

Il romanzo si apre sull’inizio dell’anno scolastico 1945-46, a Borgo di dentro. Siamo nel Basso Monferrato, non lontano dalla Liguria. La guerra è finita da poco, ma ne restano gli strascichi dolorosi, nel cuore e nelle cose. L’edificio delle scuole elementari è in disordine e porta i segni della guerra, anzi di diciotto mesi di occupazione: lì, nella palestra sotterranea, i tedeschi hanno torturato e seviziato inermi e forse innocenti prigionieri. Agli occhi di Gilla resta simbolo latente della persistenza del male e della morte sulla quale la vita s’industria e si sforza di ripristinare i suoi diritti: un simbolo comunque inquietante, per lei in modo particolare, perché le persistenti tracce delle torture – detto con efficace sinestesia – le “sembrano urla” e destano in lei un senso di raccapriccio di cui il garbo e la reticenza della scrittrice, restìa a calcare il pedale dell’orrido, lasciano immaginare al lettore le ragioni. In ogni caso, il passato da cui Gilla vuole liberarsi è ancora lì, nell’interrato della scuola non meno che nel suo subcosciente. È nei luoghi dei dintorni che, a tempo perso, ama visitare, soffermandosi come in un pellegrinaggio amoroso nei punti cruciali che le ricordano Michele e le stazioni del loro idillio, incompatibile con l’avversità dei tempi. Ma proprio l’esempio di Michele sta a rammentarle che per vivere davvero non basta “stare al mondo”: “Vivere è correre rischi”. È, questa, la lezione che George Gray, uno dei personaggi dell’Antologia di Spoon River, ha imparato troppo tardi, per cui sulla sua lapide cimiteriale hanno scolpito “una barca con vele ammainate, in un porto”, a significare che, per dare un senso alla vita, “bisogna alzare le vele / e prendere i venti del destino, / dovunque spingano la barca”. Proprio quello che lui, per timore, non ha mai fatto. Ed è questo che la maestra insegna ad Ester alias Francesca Pellegrini, la quale, traumatizzata dalle tragiche conseguenze di una sua improvvida “voce dal sen fuggita”, ha involontariamente contribuito alla disgregazione della sua stessa famiglia e si è quindi ripromessa di non parlare più, trincerandosi in un mutismo che gli altri addebitano ad una turba psichica.

Per Gilla, Ester è un enigma: a scuola è bravissima e, pur non parlando, dimostra di essere molto più preparata delle sue compagne; nondimeno, certi suoi comportamenti risultano strani e le danno da pensare. Il lettore, a differenza della maestra, sa che il mutismo di Ester è intenzionale e dettato da un senso di colpa; lo sa anche perché è a conoscenza di un segreto che la bambina, profittando dei privilegi che le suore dell’orfanatrofio le concedono, preserva gelosamente. Ella si prende infatti cura di un gattino partorito, con altri tre, dalla madre in uno sgabuzzino gozzanianamente ingombro di “ciarpame reietto”, ma ben presto rimasto l’unico superstite della cucciolata, perché in tempi di fame anche i gatti diventano appetibili. Ester, che nella sua breve vita ha imparato a diffidare delle persone e ritiene che, fuori di lì, il gattino corra gravi pericoli, lo segrega iperprotettivamente nel locale, ingegnandosi a portargli di quando in quando da mangiare. Di nascosto. E con lui parla.

Ci vorrà poi del tempo perché ella torni ad aprirsi al mondo, ad acquistare fiducia negli altri, fino a condividere il suo segreto, prima, in virtù dell’amicizia, con la compagna di banco, poi anche con la maestra che, con la sua sapienza maieutica, riesce a vincerne le titubanze, a trarla dal riserbo ombroso in cui si è confinata, dando nello stesso tempo libertà al gattino così da consentirgli di vivere pienamente la sua vita. Questo è educare. Questo è il compito della scuola, perché insegnare – come è stato giustamente detto – non vuol dire riempire un vaso, bensì accendere una fiamma. Per Gilla questo è l’unico modo per aggiustare l’universo: la missione a cui si sente vocata, vuoi perché lo deve al suo Michele, che alla macchia, “nel fango e al freddo”, sognava appunto di costruire “un mondo nuovo”, vuoi perché soltanto lavorando giorno dopo giorno sulle persone, con diuturna pazienza, si può sperare di “rifare tutto daccapo, e meglio”. L’eterno sogno di ogni rivoluzionario.

C’è qualcosa di retorico in questo assunto e nel suo richiamarsi ai buoni sentimenti, all’amore, all’empatia che nei rapporti tra docente e allievi dovrebbe sostituirsi alla mera disciplina, quasi che questa fosse rigida esclusiva (ed emblema) della scuola gentiliana e i docenti d’antan fossero tutti reincarnazioni del plagosus Orbilius di oraziana memoria (significativo al riguardo è l’atto con cui Gilla, ad un certo punto, sotto gli occhi della scolaresca, spezza la bacchetta). Nondimeno, troviamo geniale l’idea di assemprarlo, se così si può dire, nella concretezza di un planetario meccanico, per cui un concetto si traduce, per analogia, in un oggetto materiale. Il quale si presta mirabilmente ad una mise en abîme di quello che è il senso stesso del romanzo, dove si tratta, sì, di aggiustare un meccanismo malconcio, ma anche di ricomporre degli universi personali scompaginati dalle persecuzioni razziali e dalla guerra e infine, perché no?, di ricostituire su nuove basi una società devastata, andata in frantumi.

E se la maestra, per essere figlia di un orologiaio, ha buon gioco a ripristinare la funzionalità del planetario, alla scuola e, in ultima analisi, alla sensibilità dei docenti è demandato l’arduo compito di garantire una formazione, quanto più possibile armoniosa, agli uomini di domani. Per fare questo, non è sufficiente dispensare nozioni, ma occorre adeguarle alla comprensione degli allievi, eccitarne l’interesse, favorirne la partecipazione, coinvolgerli, stimolarne la creatività. A questo scopo non bastano le ore d’insegnamento, tant’è vero che Gilla si prepara a casa, imbastendo con certosina pazienza le sue lezioni, prevedendo le possibili obiezioni, ritoccandone i passaggi che sospetta troppo ardui, allargando il discorso ad altre materie, traendone all’occorrenza spunti moraleggianti, invitando quindi le alunne a riflettere, a trarre le proprie conclusioni. Perché tout se tient e nulla si improvvisa. Mentre così riassesta il planetario e lavora in vista di una società più giusta, la maestrina ha modo e tempo di riordinare i frantumi della propria vita e di ridarle non solo uno scopo, ma anche un senso.

Perché allora non vedere nel montaggio che scompagina la fabula del romanzo, intercalando alla narrazione vera e propria stralci di articoli giornalistici, scampoli di ordinanze e di decreti, estratti documentari e abbozzi di lezioni – materiali eterogenei e linguisticamente dissonanti – uno speculum strutturale del passaggio dal caos al cosmo, il cui risultato finale è appunto un puzzle realizzato incastrando sapientemente tessere di formati e colori diversi? L’happy end potrebbe avvalorare questa impressione, se non fosse che esso è più apparente che sostanziale, giacché delle traversie superate restano le cicatrici, la memoria ancora bruciante, i vuoti lasciati da quanti non sono “tornati” (e parliamo delle vittime della guerra e dei campi di sterminio). Lo stesso nostos di Ester e dei suoi genitori è tutt’altro che indolore, contrassegnato com’è dallo spaesamento, dalle tragiche notizie che giungono dai Lager, dai funesti strascichi della guerra.

Come non pensare, qui, a La storia di Elsa Morante oppure a Una questione privata di Beppe Fenoglio, che potrebbero avere ispirato Raffaella, la cui scrittura sembra voler contemperare la cadenza melodrammatica della prima con l’epica asciuttezza del secondo. Ma le suggestioni letterarie sono molte: da Omero a Margaret Mitchell, da Primo Levi ad Elena Ferrante… E poi più di tutto conta l’imponente lavoro di ricerca storica che va dall’indagine che per comodità potremmo dire locale, su giornali e riviste dell’epoca, alla documentazione sui campi di concentramento tedeschi, allo studio degli usi e dei costumi ebraici. Non sappiamo se Raffaella abbia contezza di un’espressione (Tiqqun’olam) tipica dell’ebraismo che impone a tutti di “riparare o guarire il mondo”: se ciò non fosse, sarebbe comunque una felice coincidenza.

 

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