Non solo turismo, non solo armi. La forza di un Paese, la sua rilevanza internazionale è legata anche ad altri aspetti: la cultura e l’industria. Invece, grazie a mirate campagne di stampa, nell’immaginario collettivo italiano esiste, sotto l’aspetto economico, esclusivamente il turismo. Che pesa intorno al 18% del Pil nazionale secondo Daniela Santanchè, ma che vale un terzo secondo analisi meno addomesticate e che non tengono conto di un effetto moltiplicatore molto generoso delle spese del settore.
In ogni caso la percezione del valore del turismo secondo la percezione degli italiani è pari al 30%. Una follia, un errore che condiziona anche la scelta di percorsi di studi e di obiettivi lavorativi. Ma condiziona anche le aspettative in termini di retribuzioni.
Mentre, sul fronte opposto, si registra una rilevante sottovalutazione del ruolo dell’industria che rimane la seconda a livello europeo, dietro la Germania e davanti alla Francia. O, con diversi sistemi di valutazione, la terza a ridosso della Francia. Però l’industria non piace e le responsabilità non sono dei media che esaltano il turismo. Perché a penalizzare l’immagine dell’industria italiana sono innanzitutto gli industriali italiani.
Non tutti, ovviamente, ma quelli che investono, che rispettano il lavoro dei dipendenti, che pagano la giusta mercede, che non hanno atteggiamenti offensivi o provocatori quando si affacciano in pubblico non bastano a compensare, a livello d’immagine, i loro colleghi che si comportano in maniera opposta. E che magari sono una minoranza, ma hanno atteggiamenti tali da sembrare una maggioranza.
La salva di fischi che, al torneo di tennis di Torino, ha accompagnato la comparsa sul maxischermo del volto di John Elkann non era rivolta solo al membro della famiglia più deleteria per l’Italia, ma alla classe industriale che rappresenta.
Quanto alla cultura, il livello è talmente infimo che diventa difficile da prendere in considerazione al di là dell’eterna riproposizione della grandezza del passato. E lo squallore del presente demotiva i giovani ed i meno giovani dal puntare su un settore che vive esclusivamente di favori e marchette.
Agli italiani non piace l’industria
Non solo turismo, non solo armi. La forza di un Paese, la sua rilevanza internazionale è legata anche ad altri aspetti: la cultura e l’industria. Invece, grazie a mirate campagne di stampa, nell’immaginario collettivo italiano esiste, sotto l’aspetto economico, esclusivamente il turismo. Che pesa intorno al 18% del Pil nazionale secondo Daniela Santanchè, ma che vale un terzo secondo analisi meno addomesticate e che non tengono conto di un effetto moltiplicatore molto generoso delle spese del settore.
In ogni caso la percezione del valore del turismo secondo la percezione degli italiani è pari al 30%. Una follia, un errore che condiziona anche la scelta di percorsi di studi e di obiettivi lavorativi. Ma condiziona anche le aspettative in termini di retribuzioni.
Mentre, sul fronte opposto, si registra una rilevante sottovalutazione del ruolo dell’industria che rimane la seconda a livello europeo, dietro la Germania e davanti alla Francia. O, con diversi sistemi di valutazione, la terza a ridosso della Francia. Però l’industria non piace e le responsabilità non sono dei media che esaltano il turismo. Perché a penalizzare l’immagine dell’industria italiana sono innanzitutto gli industriali italiani.
Non tutti, ovviamente, ma quelli che investono, che rispettano il lavoro dei dipendenti, che pagano la giusta mercede, che non hanno atteggiamenti offensivi o provocatori quando si affacciano in pubblico non bastano a compensare, a livello d’immagine, i loro colleghi che si comportano in maniera opposta. E che magari sono una minoranza, ma hanno atteggiamenti tali da sembrare una maggioranza.
La salva di fischi che, al torneo di tennis di Torino, ha accompagnato la comparsa sul maxischermo del volto di John Elkann non era rivolta solo al membro della famiglia più deleteria per l’Italia, ma alla classe industriale che rappresenta.
Quanto alla cultura, il livello è talmente infimo che diventa difficile da prendere in considerazione al di là dell’eterna riproposizione della grandezza del passato. E lo squallore del presente demotiva i giovani ed i meno giovani dal puntare su un settore che vive esclusivamente di favori e marchette.
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