Mario Brunello, il più grande violoncellista italiano, ha suonato nel bosco di Fiames, vicino a Cortina d’Ampezzo. Subito prima che quel bosco sparisse. Larici ed abeti secolari abbattuti. Per fare spazio ad una pista da bob. Progetto delle prossime Olimpiadi Invernali.

Lungi da me alcuna simpatia per l’ambientalismo radicale. Per i nuovi miti dell’inquinamento e del riscaldamento globale. Per Greta e i suoi gretini. E per le ombre degli speculatori malthusiani che ne sfruttano il fanatismo….

 

Ma un bosco, secolare, che muore, che viene ucciso nel corso di una notte… beh, stento a sopportarlo.

Anche perché io, quel bosco, lo conoscevo. E lo ricordo bene.

 

Era lì che scendevo con mio padre quando facevamo la traversata della Val Travenanzes. Partendo dal Picco Lagazuoil. In un paesaggio lunare. Pietre, e cespugli di rovo. Un candore abbagliante nel sole. Intervallato da torrentelli di basso fondale. Acqua fresca, di ghiacciaio.

Poi, dopo circa 12 chilometri, finalmente, si scendeva nel bosco di Fiames.

 

E lì vi era refrigerio dalla calura delle pietraie. Gli alberi erano generosi di ombre. E di silenzio. Si camminava su erba e muschio. La stanchezza svaniva.

 

E, poi, i profumi. Di resine, di funghi, di rovi e muschii…. camminavamo veloci. A Fiames ci aspettava il riposo. E, soprattutto, un birra fresca.

Venire a scoprire che questi, grandi alberi, ormai non sono più, mi ha inflitto una ferita nella memoria.

E riportato alla mente “Il segreto del bosco vecchio” di Buzzati. Che era bellunese, e aveva nel sangue il rapporto con gli alberi.

 

Perché gli alberi, i grandi alberi secolari soprattutto, sono esseri vivi. Non solo biologicamente. Hanno una loro anima. Come sperimenta l’acido colonnello Procolo nel racconto, quasi una fiaba, di Buzzati.

E ci parlano, i grandi Alberi. Ma noi li riusciamo a sentire solo finché siamo fanciulli. Poi, con l’insorgere della ragione che tutto pesa e misura, diventiamo sordi. E ciechi… ad ogni bellezza.

 

Tutto diventa sterile. Inanimato. Perché siamo noi così. E tale rendiamo ogni cosa intorno a noi. Ciò che conta diventa solo il possedere… il guadagno materiale. E, allora, arriviamo ad uccidere, assassinare un intero bosco per il profitto turistico che può dare, in prospettiva e senza certezza, una… pista da bob.

 

 

Andrebbe riletto, e con attenzione, quel, breve, romanzo di Buzzati. Perché la figura del Colonnello Procolo, che vuole abbattere il Bosco Vecchio per speculare, è un paradigma. Il modello degli uomini contemporanei. Della loro, nostra, aridità. Di un’incapacità di vedere la vita, gli Spiriti degli Alberi, che altro non è che menomazione voluta.

 

Perché ci si riempie la bocca di fesserie ambientaliste, di svolte Green, di passaggì all’eolico, all’elettrico, energia pulita ed altre carabattole intellettualistiche. Ed ipocrite. Ma non si vede, non si vuole vedere ciò che vedevano i popoli antichi. Druidi celti, Retii, e ancora i greci ed i romani. I cui templi, con le colonne, rappresentavano boschi sacri trasmutati in marmi.

E intanto il bosco vecchio di Fiames sta venendo inghiottito nell’indifferenza generale. Inghiottito da Mammona, il demone dell’avidità. E non credo che questa sia solo una metafora.

 

Unico saluto, il suono di un violoncello. Lo hanno udito gli Spiriti degli Alberi, prima di vedersi costretti ad abbandonare i tronchi recisi.

 

Chissà… Tolkien racconta di Barbalbero e degli Ent… della lentezza con cui prendevano le loro decisioni. Per loro, il tempo non contava. Erano antichi come il mondo.

Però quando decidono e scendono in guerra… mal gliene incorre a chi, Saruman, faceva sradicare le piante per alimentare le sue, mostruose, officine.

 

E anche questa, forse, non è solo metafora. Non è solo letteratura.

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