Com’erano antichi i nonni che andavano in osteria o in trattoria per il piacere di stare in compagnia. E mangiavano piatti semplici accompagnati dal vino di un fiasco presto svuotato e sostituito. Oggi, pontifica su Repubblica il sommelier di Bottura (sì, proprio lo chef pluristellato scelto da Giorgia per il G7), il vino si degusta a calici, magari solo nel fine settimana. D’altronde, considerando i prezzi dei “vini di qualità”, è evidente che un consumatore medio può permettersi solo un calice alla settimana. Una sorta di comunione domenicale.
Ma quello che manca è proprio la comunione, il senso di comunità. Non si va al ristorante per il piacere di condividere, di stare insieme, di bere in compagnia. No, si va a degustare. Al massimo in coppia, perché la degustazione di bicchieri a costi assurdi richiede concentrazione, attenzione, ascolto paziente delle delucidazioni fornite dal sommelier.
Il risultato è che il consumo del vino cala. Non solo al ristorante. E non solo per i prezzi eccessivi ma proprio perché si sta distruggendo il piacere dello stare insieme. Un trend destinato a peggiorare man mano che i nonni con il fiasco saranno sostituiti dai nipoti con lo smartphone. Abituati a stare soli, con i contatti con il mondo mediati dal cellulare. Sullo smartphone troveranno tutte le indicazioni su un vino particolare, dal tipo di terreno all’esposizione, dal tempo di macerazione alla musica che in cantina accompagna l’invecchiamento. Ma non troveranno il piacere della convivialità, del bere in compagnia, dell’ebbrezza sana che non è ubriachezza.
Un calice e via. E visto che ogni piatto deve essere abbinato correttamente, un solo calice e un solo piatto. Per una noiosa serata di alta qualità e altissimo prezzo. La tristezza del nuovo corso, politicamente corretto, della ristorazione.

