Cittadini del mondo contro senso di appartenenza. Un confronto che resta sottotraccia ma che diventa sempre più decisivo per disegnare il futuro del globo. Anche se, almeno in apparenza, il destino sembra segnato. L’analisi di Gennaro Malgieri, pubblicata nei giorni scorsi, relativa al pensiero unico, sempre più obbligatorio, porta d’altronde ad una soluzione che pare definitiva: nessuno appartiene più a nessuno ed a niente e tutti sono identici cittadini di un mondo privo di colori, di culture, di lingue.
In questo modo si giustifica il diritto ad emigrare dove si vuole e la cancellazione del diritto di accogliere solo chi si vuole nella propria casa, nella propria terra. Perché non ci sarà più una terra propria, una casa propria, una cultura propria da difendere. L’Italia, ovviamente, è in prima fila in questo cambiamento. D’altronde il modello di riferimento è quello statunitense, dove i nativi sono stati sterminati (si potrà dire o Netanyahu ed i giornalisti italiani protestano?) per essere sostituiti da déracinés in arrivo da ogni parte del mondo.
Con il meraviglioso risultato di feroci guerre tra bande etniche, stragi compiute da folli in costante aumento, disagio mentale giovanile a livelli esagerati. Ma il tutto protetto dal politicamente corretto.
E dall’omertà di un giornalismo italiano che considera cioccolata anche lo sterco purché ammmericano. E che, al contrario, è pronto a condannare con somma indignazione qualsiasi ostentazione di un intollerabile senso di appartenenza. In qualsiasi luogo del pianeta tranne, ovviamente, gli Usa. Dunque guerra senza tregua contro i panslavisti, contro gli euroasiatisti, contro i panturchi. Iperborea pubblica il delicato racconto “Il pastore d’Islanda” di Gunnar Gunnarsson e subito un critico italiano ne approfitta per attaccare il panscandinavismo dello scrittore islandese. Ogni volta che compare “pan” i commentatori politicamente corretti strillano al nazismo. Per Gunnarsson, per Putin, per Erdogan. Persino per Modi che non ha velleità espansionistiche per l’India ma che si ostina a difendere l’anima del suo Paese.
Senza dimenticare, ovviamente, i tentativi di alleanze tra i Paesi dell’America Latina. Perché gli accordi economici vanno bene, purché coinvolgano anche gli atlantisti, ma non sono ammesse alleanze su base etnica, linguistica, religiosa, culturale. Perché i cittadini del mondo rischierebbero di non poter più imporre l’unica cultura accettata: quella delle multinazionali.

