I misteri del potere. Ne parla Tacito, ma si tratta di cosa ben più antica. Di una vera e propria arte affinata nei millenni.
Il potere, il potere politico, è un’arte complessa, raffinata. Arte per pochi, che devono avere una predisposizione naturale, ma anche per lo più venire educati, preparati a gestirlo.
Certo, vi sono le eccezioni. Figure emergenti d’improvviso, e dirompenti, che il potere conquistano venendo, praticamente, dal nulla. Da un altrove che, in genere, è sempre escluso dalle segrete cose del potere.
Vi arrivano per “virtù” propria. Intendendo, naturalmente, virtù alla latina, non in senso morale, bensì come forza, capacità. Dote naturale.
Vi arrivano e, spesso, spezzano gli equilibri. O, forse, sono loro stessi il segno che gli equilibri, i vecchi equilibri del potere e delle classi che li detenevano tradizionalmente, non funzionano più. Si sono chiusi in un bunker senza vie d’uscita. E senza più contatti con la realtà.
Cesare giunse quando, ormai, il sistema di potere delle élite repubblicane era alla frutta. Stanco, stremato. Esaurito.
Cicerone lo capiva bene. E cercava, però, di adoperarsi per una transizione che salvasse, almeno, ciò che restava del sistema repubblicano. Un Princeps, certo inevitabile, ma che governasse in sinergia col Senato. Con la vecchia aristocrazia.
Andò diversamente. Ed iniziò l’Impero.
Con modalità differenti certe situazioni si ripropongono ciclicamente.
L’esaurirsi di una classe dirigente, il suo divenire autoreferenziale e il suo insterilirsi, se non proprio instupidirsi, comporta l’emergere prepotente di una figura capace, almeno per un momento, di coedere desideri, impulsi, necessità del popolo.
Il principe. Il dittatore.
Se poi questi riesca a dare seguito alla sua azione, a rinnovare il sistema, a creare una successione ed una nuova classe dirigente, è altra cosa.
Cesare, o meglio Ottaviano, vi riuscì.
Altri, in epoca più recente, no. E la loro opera, e memoria, fu in parte travolta.
Questo non è, però, un articolo di storia.
Quello che vorrei mettere in rilievo è come la classe dirigente attuale del nostro paese sia, palesemente, un fantasma.
Inconsistente. Impotente. Priva di carattere.
Non era così.
Con tutti i loro difetti, molti, i vecchi esponenti della DC e del PSI avevano ancora un nerbo. Tentavano, nonostante la subalternità dovuta alla guerra perduta, di fare politica.
I Fanfani, gli Andreotti, i Moro, i Craxi sono certo criticabili per molte ragioni. Tuttavia fecero politica. Tentarono di dare all’Italia una sua strategia in Medio Oriente, nelle relazioni con l’URSS, su molte questioni internazionali.
Una strategia indipendente dal dispotismo del vincitore, che avrebbe voluto, da sempre, solo dei servi ubbidienti.
Vi riuscirono a tratti. Poi, però, pagarono, spesso pesantemente, le loro scelte e decisioni. Con la vita o l’esilio.
Nessuna nostalgia, certo. Però è inevitabile constatare come, dopo quella stagione, l’Italia non abbia più avuto una vera classe dirigente.
La mediocrità ovunque imperante, il piattume, il servilismo ne sono, purtroppo, la costante riprova.
Difficile dire se questa situazione cambierà. Difficile fare previsioni.
Certo, però, che vi è bisogno di una forte scossa. Di qualcuno capace di rompere gli schemi. Di innovare radicalmente la stagnante vita politica italiana.
Esiste?
Sinceramente non lo so. E attendo, sperando che il destino riservi a questo paese ancora una storia.
E non semplicemente lo svanire nella cloaca verso la quale, ormai, sembriamo destinati.



