Cari lettori,
c’è un momento preciso in cui la grammatica rigida del mercato artistico si dissolve, lasciando spazio a un’alchimia sociale imprevedibile: accadrà dal 9 all’11 ottobre 2026, quando i padiglioni 11 e 12 di Veronafiere apriranno le porte alla ventunesima edizione di ArtVerona.
Sotto la direzione di Laura Lamonea, giunta al secondo anno del suo mandato curatoriale, e con la collaudata collaborazione dell’ANGAMC, la fiera si fa interprete di un titolo provocatorio e denso come “Tra parentesi”.
Lungi dal rappresentare un mero isolamento formale, questa dicitura evoca il concetto di Intermedia coniato a metà degli anni Sessanta da Dick Higgins all’interno della galassia Fluxus: un invito a indagare non tanto le singole categorie del sistema dell’arte, quanto lo spazio ibrido ed elettrico che si genera tra di esse. La vera innovazione di quest’anno risiede nella metamorfosi della kermesse in un’arena di demistificazione e commistione antropologica assoluta.
Il collezionista d’élite, abituato ai salotti ovattati di Ginevra o Roma e inserito nel prestigioso programma internazionale della fiera, si ritrova a camminare spalla a spalla con lo studente d’accademia, il curioso e il “visitatore normale”. È proprio in questo apparente cortocircuito che l’evento veronese rivela la sua natura più autentica: la fiera cessa di essere una cattedrale per soli addetti ai lavori e diventa un dispositivo relazionale aperto, dove lo sguardo profano della gente comune si scontra e si fonde con il rigore metodologico del gallerista, che qui ritrova il gusto del rischio e della militanza curatoriale.
Questa ventunesima edizione non si limita a fotografare lo status quo dell’arte continentale, ma spalanca con forza le sue porte al mondo extra-europeo, intercettando con coraggio e lungimiranza le spinte globali che stanno ridisegnando le geografie del contemporaneo. Accanto a gallerie storiche come PUNTO SULL’ARTE, che porta una sofisticata selezione incentrata sul dialogo tra pittura e scultura con artisti come Annalù e Matteo Massagrande, l’attenzione critica si sposta verso un nucleo di proposte internazionali capaci di scardinare l’eurocentrismo del mercato.
La fiera favorisce l’innesto di visioni radicali provenienti da geografie periferiche, trasformando i padiglioni in un crocevia in cui estetiche asiatiche, africane e sudamericane non vengono accolte come semplice esotismo, ma come interlocutori paritetici capaci di dialogare con i maestri dell’arte moderna italiana
All’interno delle cinque sezioni espositive — tra cui spiccano STILL incentrata sulla sperimentazione fotografica e Pittura (Ora) dedicata alle ultime evoluzioni del segno — questo melting pot culturale trova una sponda perfetta nella comune ricerca del “margine”. Artisti storicizzati ed emergenti extra-europei scelgono programmaticamente di spogliare l’opera d’arte dal superfluo, creando oasi di silenzio riflessivo che catturano passanti e addetti ai lavori. È qui che il neofita, affascinato da una performance improvvisata, finisce per condividere lo stesso spazio emotivo del collezionista a caccia del capolavoro, abbattendo le barriere di classe culturale all’insegna di un’esperienza estetica collettiva e inclusiva.
Ad amplificare questa spinta democratica ci pensa anche Interfiera, l’ambizioso progetto di Veronafiere che fa dialogare le storiche eccellenze del marmo e del vino con la creatività contemporanea, portando la discussione artistica fuori dai binari del mercato puro per innestarla nella cultura materiale quotidiana. Con una fitta rete di premi e mostre diffuse che si irradiano nel cuore monumentale di Verona, ArtVerona 2026 firma così il suo manifesto più ambizioso: una fiera coraggiosa che, racchiudendo il sistema “tra parentesi”, riesce nell’impresa di restituire l’arte alla sua dimensione più sacra, viva, globale e profondamente umana.

