I record del turismo italiano, annunciati ad inizio estate dai famigli di Giorgia in cerca di visibilità? Smentiti dai dati di Demoskopika. E non solo per il periodo estivo. Le previsioni per il 2024 sono pari a 130,3 milioni di arrivi e 445,3 milioni di presenze, con una flessione rispettivamente del 2,5% e allo 0,4% rispetto ai dodici mesi dell’anno precedente, quando si era arrivati a 133,6 milioni di arrivi 447,2 milioni di pernottamenti.
Ovviamente, come era già chiaro a tutti tranne che ai vari Messina o Malan, a incidere sulla frenata sono stati soprattutto gli italiani che – meno ricchi di quanto sostengano governo e maggioranza – non hanno gradito i rincari imposti dagli operatori turistici.

Di conseguenza il segmento Italia su Italia varrebbe un totale di 63 milioni di arrivi, con un -4,5% sul 2023, per 208 milioni di pernottamenti (-2,5%). Al contrario i flussi dall’estero – i “poveri” stranieri, secondo gli annunci di governo e media di servizio – segnerebbero un calo contenuto per gli arrivi (67,55 milioni e un -0,6%) ma con una crescita dei pernottamenti, pari a 267,6 milioni e un +1,4% sul 2023. Minori presenze ma incassi cresciuti di quasi il 6%, grazie appunto all’aumento dei prezzi ben oltre l’inflazione ufficiale.
Ma, nonostante questo, l’estate appena conclusa ha evidenziato un pericoloso aumento della tensione tra operatori e turisti italiani. Con i primi che non sopportano più i secondi. “Questa è casa nostra e, se non vi piacciono gli aumenti o i disservizi, potete andare da un’altra parte” è il commento ripetuto, anche sui social, di fronte ad ogni anche timida lamentela. Spiagge più care? “Cercatevene altre”. Prezzi assurdi al bar o al ristorante? “Nessuno vi obbliga ad entrare”. Introduzione dei parcheggi a pagamento? “Andate in altre regioni”.

E poi il classico “State a casa se non potete permettervi le vacanze altospendenti”. È il mercato, bellezza. Però, almeno, si dovrebbe avere il buon gusto di tacere per la messa a gara degli stabilimenti balneari. Si dovrebbe avere la decenza di non chiedere denaro pubblico per ogni investimento, per ogni iniziativa. Si dovrebbe evitare di frignare di fronte a ombrelloni chiusi o al calo dei consumi nei negozi di montagna dove si è convinti che la polenta debba costare come un bracciale d’oro.
Perché è vero che i negozi, i ristoranti, gli hotel lavorano mentre gli altri sono in vacanza, ma ci si dimentica che non lavorano gratis per far felici i turisti. E che quando i vacanzieri tornano a casa per lavorare, sono gli operatori turistici ad andare in ferie. E senza questi maledetti invasori paganti, le attività legate al turismo chiuderebbero.
Certo, condensare i flussi in soli 15 giorni di agosto, con qualche fine settimana in aggiunta, non permette di offrire servizi di qualità. Ma anche condensare le iniziative e le attrazioni in quei pochi giorni non aiuta a spalmare le presenze. Come non aiuta chiudere tutto a fine settembre, per riaprire il 7 dicembre in montagna o, addirittura, a pasqua in alcune località di mare. Perché, in tal caso, significa dover avere un altro lavoro nei mesi di chiusura oppure aver guadagnato talmente tanto in pochi mesi per campare di rendita il resto dell’anno.
“Andate da un’altra parte, se non vi sta bene”. Il rischio è che i turisti accettino il consiglio.
