Un augurio ironico (si spera ironico) inviato da un assessore regionale a tutti i dipendenti. Lo ha spedito Gian Luca Vignale, assessore al personale della Regione Piemonte, ma non è importante chi sia l’autore del messaggio – anche se va apprezzata l’inventiva – né chi siano i destinatari. Perché ciò che conta è il senso dell’augurio rivolto, in pratica, a chi si impegna davvero e a chi sta in ufficio solo per lo stipendio.
Vale per i dipendenti pubblici, ma vale anche per chi lavora, da dipendente, nel privato. E la domanda è semplice: perché ci si dovrebbe impegnare sul posto di lavoro?
Le risposte, invece, possono essere le più svariate. Per senso del dovere, per meritarsi la retribuzione a fine mese, per passione, per far carriera.
Tutto bello, tutto giusto. Ma di fronte a certi assessori – ed il riferimento non è a Vignale che ha potuto fare dell’ironia proprio perché si sente tranquillo del proprio operato – il senso del dovere svanisce. E vale anche nel privato con certi proprietari o dirigenti. Se qualcuno, ai vertici, si comporta male, perché il dipendente dovrebbe avere un senso del dovere particolarmente sviluppato? Di fronte ai vertici di un Paese che ignorano il proprio dovere, solo il dipendente deve comportarsi correttamente?
E la retribuzione? Un esercito di sfruttati, che hanno difficoltà a far quadrare i conti, che non possono permettersi le vacanze se non di pochi giorni in località sfigate, dovrebbe appassionarsi al lavoro mentre i Tavares e gli Elkann di turno si arricchiscono in modo indecente senza mostrare alcuna qualità?
La passione? Quella che ha portato i giovani a studiare, a laurearsi per poi essere assunti per mansioni diverse e meno qualificate? La passione per la ricerca annientata da lavori ripetitivi dove la ricerca non c’è, dove l’innovazione non si sa cosa sia?
La carriera? Quella garantita, non per meriti lavorativi, a figli, parenti, amici e amanti? Mentre chi prova ad impegnarsi riceve, quando va bene, una pacca sulle spalle?
E allora vanno benissimo gli auguri intelligenti e scherzosi di un assessore, però l’Italia ha assolutamente bisogno di restituire dignità al lavoro. Dignità che passa attraverso un adeguamento delle retribuzioni, un cambiamento radicale dell’organizzazione, investimenti credibili e una meritocrazia rigorosa.
Cambiare il lavoro per aumentare l’impegno
Un augurio ironico (si spera ironico) inviato da un assessore regionale a tutti i dipendenti. Lo ha spedito Gian Luca Vignale, assessore al personale della Regione Piemonte, ma non è importante chi sia l’autore del messaggio – anche se va apprezzata l’inventiva – né chi siano i destinatari. Perché ciò che conta è il senso dell’augurio rivolto, in pratica, a chi si impegna davvero e a chi sta in ufficio solo per lo stipendio.
Vale per i dipendenti pubblici, ma vale anche per chi lavora, da dipendente, nel privato. E la domanda è semplice: perché ci si dovrebbe impegnare sul posto di lavoro?
Le risposte, invece, possono essere le più svariate. Per senso del dovere, per meritarsi la retribuzione a fine mese, per passione, per far carriera.
Tutto bello, tutto giusto. Ma di fronte a certi assessori – ed il riferimento non è a Vignale che ha potuto fare dell’ironia proprio perché si sente tranquillo del proprio operato – il senso del dovere svanisce. E vale anche nel privato con certi proprietari o dirigenti. Se qualcuno, ai vertici, si comporta male, perché il dipendente dovrebbe avere un senso del dovere particolarmente sviluppato? Di fronte ai vertici di un Paese che ignorano il proprio dovere, solo il dipendente deve comportarsi correttamente?
E la retribuzione? Un esercito di sfruttati, che hanno difficoltà a far quadrare i conti, che non possono permettersi le vacanze se non di pochi giorni in località sfigate, dovrebbe appassionarsi al lavoro mentre i Tavares e gli Elkann di turno si arricchiscono in modo indecente senza mostrare alcuna qualità?
La passione? Quella che ha portato i giovani a studiare, a laurearsi per poi essere assunti per mansioni diverse e meno qualificate? La passione per la ricerca annientata da lavori ripetitivi dove la ricerca non c’è, dove l’innovazione non si sa cosa sia?
La carriera? Quella garantita, non per meriti lavorativi, a figli, parenti, amici e amanti? Mentre chi prova ad impegnarsi riceve, quando va bene, una pacca sulle spalle?
E allora vanno benissimo gli auguri intelligenti e scherzosi di un assessore, però l’Italia ha assolutamente bisogno di restituire dignità al lavoro. Dignità che passa attraverso un adeguamento delle retribuzioni, un cambiamento radicale dell’organizzazione, investimenti credibili e una meritocrazia rigorosa.
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