Tu chiamala, se vuoi, provocazione. Quella di Ferruccio De Bortoli sul Corriere della sera a proposito della rivoluzione degli orari di lavoro per fronteggiare il cambiamento climatico. Perché ovviamente non può essere presa in considerazione una proposta che porterebbe i lavoratori ad uscire di casa alle 6 del mattino (e prima ancora, se pendolari) per un’attività limitata a poche ore, seguita da una lunga pausa nelle ore più calde e una ripresa del lavoro nel tardo pomeriggio. Tornando a casa quando è ormai notte.
Evidentemente ritmi incompatibili per una famiglia con figli in età scolare. Ma incompatibili anche con una normale vita privata, con attività personali del tutto normali. Perché se nelle ore centrali della giornata non deve lavorare nessuno, non c’è neppure la possibilità di andare al bar o al ristorante, al supermercato o in palestra. Senza dimenticare gli aspetti legati ai trasporti, ai servizi. E i pendolari, in pratica, avrebbero diritto a 4 o 5 ore di riposo al giorno.
Inoltre il caldo insostenibile è limitato ad alcuni mesi. Che si fa d’inverno? Si rivoluziona tutto o si pretende che i lavoratori escano e rientrino a casa nelle ore più fredde?
Dunque una provocazione. Però il problema è reale. Non si può far finta che non esista. In molti casi sarebbe sufficiente favorire un aumento del lavoro da remoto, quello smartworking che non piace a molti imprenditori. Meglio ancora se il lavoro da remoto viene svolto fuori dalle grandi città, riducendo il calore esterno provocato dai condizionatori d’aria. Riducendo i servizi, riducendo la popolazione. E favorendo il rilancio delle aree interne, dei paesi quasi disabitati. Investendo su logistica e servizi invece che sulle armi.

