Ha senso organizzare una conferenza stampa per presentare una cena di gala in cui i posti disponibili sono già esauriti? Può sembrare strano, ma in Canavese un senso ce l’ha. Perché il territorio piemontese compreso tra la Valle d’Aosta, la Serra d’Ivrea, il Gran Paradiso, Chivasso ed il piccolo sfortunato comune che ha dato i natali a Elsa Fornero, ha assoluto bisogno di farsi conoscere. Ed una cena nel castello di Masino, incentrata sulle erbe spontanee canavesane, è perfetta per raccontare un mondo che sta, lentamente, superando la crisi seguita alla squallida fine dell’Olivetti affidata a De Benedetti.
E per Maria Luisa Coppa, presidente dell’Ascom di Torino, l’appuntamento di Masino è l’ideale poiché riunisce storia, cultura, ambiente, turismo, enogastronomia. Con una spruzzata di Fai che non guasta.
Luisa Marchelli, presidente Ascom di Ivrea, assicura che il turismo sta finalmente crescendo, grazie anche ai giovani del territorio che hanno puntato sull’enogastronomia, valorizzando prodotti di qualità che troppo a lungo erano stati sottovalutati, ma anche le opportunità di praticare sport o di seguire iniziative culturali. La realtà, probabilmente, è un po’ meno rosea e Luca Berolatti – ristoratore e ideatore della cena di gala – ammette che il tentativo di coinvolgere i margari nella raccolta delle erbe è fallito. Perché l’incapacità di fare sistema è una costante difficile da superare.
I giovani, comunque, non mancano e sono ricchi di idee e di voglia di metterle in pratica. Come Jyothi Aimino che ha creato un’azienda vinicola a Borgomasino partendo praticamente da zero. Con la voglia di innovare ma con l’umiltà di saper ascoltare i consigli degli anziani. Perché le radici sono fondamentali anche per un’innovazione che abbia senso. Ed è su questo continuo intreccio di tradizione e sguardo al futuro che si basa la speranza di rilancio del Canavese. Che passa anche attraverso l’exploit del coro di Quincinetto chiamato a cantare a Pergine Valsugana. Perché, in fondo, era lo stesso intreccio che aveva permesso ad Adriano Olivetti di creare una fabbrica unica in Italia e, perciò, tanto odiata da chi non sapeva né conservare né innovare.
