Lo chiamavano Medio Oriente. Un insieme di paesi arabi, sorti dalla disgregazione dell’Impero Ottomano. E dal gioco della distribuzione del bottino fra Inghilterra e Francia.
Un Medio Oriente che aveva, comunque, una caratteristica comune. Era arabo. Ovvero popolato di genti arabe, in Siria, in Iraq, in Libano, in Giordania, in Palestina.
Non in Iran, almeno in prevalenza. D’altro canto, le immense distese e montagne della Persia non erano Medio Oriente in senso stretto. Limitrofe, certo, e assimilabili nell’elastico concetto di “Medio Oriente” allargato. Però erano, e restavano, ben altro.

Semmai mediorientale era la penisola arabica. Che, tuttavia, aveva un suo equilibrio ed una sua, precisa, dimensione, determinata dalla sostanziale egemonia della Casa dei Saud. Con, al massimo, l’Oman a remare contro.
E, tuttavia, benché i Luoghi Santi dell’Islam venissero controllati dai Sauditi, il vero cuore del Medio Oriente arabo era, e restava, più a Nord.
In quella che era stata promessa come centro di un nuovo potere arabo alla Casa Reale di Hussein. Promessa dall’Inghliterra, durante la prima guerra mondiale. E, naturalmente, promessa non mantenuta.
Anzi, già prima della fine del conflitto, Londra e Parigi provvidero a spartirsi le spoglie dell’Impero Ottomano. Incuranti dei diritti degli arabi.
Di qui la frammentazione della regione. E i vani tentativi dei nazionalismi arabi di porvi rimedio. Nazionalismi, spesso, troppo particolaristici. Tribali. E per di più condizionati dalla frammentazione settaria dell’Islam.

Frammentazione che, ancora oggi, rappresenta un problema irrisolto. Tale da aver notevolmente contribuito al crollo della Siria di Assad. Che, certo, era un regime laico, ma i cui quadri di vertice erano per lo più di derivazione alawita. Una eresia, gnostica, dello sciismo.
In questo contesto, complicato dalla presenza di Drusi, Cristiano Maroniti ed altre sette e confessioni religiose, si è venuta ad inserire Israele. Come un invasivo corpo estraneo.
Israele, si badi bene. Non gli ebrei, visto che la componente ebraica aveva sempre fatto parte del Medio Oriente. Minoritaria, e in genere non in contrasto con la maggioranza mussulmana. Ben accetta e, sostanzialmente, tranquilla.
Israele, però è tutt’altra cosa. Una immigrazione massiccia di genti che con il Medio Oriente nulla avevano a che spartire. Provenienti soprattutto dall’Europa centro-orientale, e finanziate dal movimento sionista, che aveva, ed ha, i suoi centri direttivi in Occidente. Soprattutto negli States.

Ora discutere dell’origine, diciamo così, genetica della maggioranza dei nuovi cittadini israeliani, mi sembrerebbe sostanzialmente inutile.
Quello che davvero conta è che gli israeliani venivano da culture fondamentalmente europee. E si sono inseriti nel Medio Oriente come un corpo estraneo. Una sorta di colonia occidentale, circondata da un mondo, quello arabo in tutte le sue sfumature, cui era e restava totalmente estranea.
Per altro, il mito fondamentale del Sionismo è la costruzione della Grande Israele. Che deve comprendere non solo tutta la Palestina, quindi anche Gaza e la Cisgiordania, ma anche buona parte della Siria e del Libano.
Esattamente quello che Netanyahu sta, oggi, realizzando. Il che spiega, per altro, il notevole appoggio popolare del leader israeliano. Appoggio che si aggira intorno al 75%, ed è soprattutto fortissimo tra i coloni, che condividono il sionismo estremo del leader.
Meno, molto meno, naturalmente, nelle città. Del cui dissenso, però, Netanyahu può, pressoché totalmente, non curarsi. Tirando dritto per la sua strada.
Come sta, appunto, facendo.