Nella calura agostana tutto appare ovattato. Notizie, percezioni, inquietudini… Ed anche ricordi.
Ricordi di Roma. Non, però, di quella città caotica, di quell’insieme di agglomerati urbani senza nome e senza storia, ai quali sono, ormai, sfuggito da tempo.
Un’altra Roma. Quella che ebbi occasione di vedere, e in parte anche di vivere, quando ero un ragazzo. O poco più.
Non una città megalopoli. Ma la Città, fatta di quartieri. Che avevano, tutti una loro vita ed una loro storia. Caratteristiche indelebili. Che rendevano immediatamente distinguibile uno del Tufello da uno del Parioli. Solo per fare un esempio fra i tanti possibili.
Una Roma, dicevo, fatta di quartieri. Che, per carità, ancora esistono, almeno nominalmente. Epperò sono divenuti dormitori, asettici ed impersonali.
Non era così. Ogni quartiere aveva una propria vita. Interna ed interiore.
Era, ancora, la Roma narrata da Alberto Sordi. L’ultimo Sordi, quello de “Il tassinaro”. Macchiettistico, certo…ma rendeva in modo felice l’immagine di una città che era divisa in luoghi precisi, i quartieri appunto, con una propria vitalità interna, i pranzi condivisi all’osteria sotto casa, le calde notti estive trascorse chiaccherando e ridendo, i tipi umani e le loro, per lo più innocenti, manie…
Quella Roma posso dire di averla intravista. Quasi di sguincio. Soprattutto nei primissimi anni in cui vi andai a vivere.
Vi erano davvero i tassinari, con i quali passavi il tempo dei trasbordi – che costavano, ancora, molto poco – chiaccherando.
“Veda un po’ dottò – ricordo una volta – lei non è de’ Roma, se sente dall’accento…ma, pe’ carità, nun se faccia rovinà…Nun me diventi romanista. Che quelli so’ gente cattiva drento…”
Laziale. Fracico. Ché il tifo, Roma vs. Lazio, lì non è, o forse non era, come altrove. È una fede, una religione.
Non solo di calcio, però. Ricordo un tassinaro che mi parlò diffusamente di Cuba. Dove andava periodicamente e dove sognava di trasferirsi definitivamente una volta in pensione…
“Che vole…i figli sò grandi, e io divorziato e solo. Lì tutto costa meno, e fai la vita da Signore…
E, poi, non je dico le donne… na meraviglia…”
Ricordo, soprattutto, Marco Cochi.
Un grande amico. Romano de’ Roma da più di sette generazioni.
“Nun sta a dì li romani…che semo restati davvero in pochi de’ romani veri. Tuti gli altri importati, dal sud soprattutto. Teroni, come dite voi al nord…”
Parlava, sempre e solo, rigorosamente il romanesco del Tufello. Ma l’inglese di Oxford, dove, per i casi di una vita tormentata, si era preso una laurea…una delle sue, non poche, lauree.
Una volta, in pieno Tufello. Una tavernetta. Ci viene incontro il cuoco. “Marco! Fratello mio!”
Baci e abbracci.
Abbiamo mangiato divinamente. Ricordo dei carciofi e una coratella che ancora mi fanno illanguidire. E pagato, poi, una sciocchezza…
Uscendo, dopo altri abbracci col cuoco, chiesi a Marco se era della sua stessa parte politica.
No, mi rispose, è il segretario dei comunisti del Tufello.
Lo guardai stranito.
“André, semo de a Lazio!”
Ed essere della Lazio al Tufello è come essere due uomini bianchi tra le tribù dell’Africa equatoriale…
Frammenti di ricordi. Ad ondate, come in una pigra risacca…
Potrei continuare. A lungo.
Però il tempo scade. Inesorabile.
Ciao Marco, amico mio.
I flutti della mente mi riportano lontano. In questo afoso meriggio di ferragosto


