A margine del Vertice della NATO di Washington. In apparenza fastosa e festosa celebrazione del 75° anniversario di una Alleanza giunta, oggi, alla sua massima espansione, con ben 32 membri.
In realtà vetrina di contraddizioni e tensioni che sempre meno restano celate sotto la superficie. Ed, anzi, tendono sempre più ad emergere con prepotenza.
Tensioni tra i componenti della NATO, con il magiaro Victor Orban che capeggia la fronda di quei paesi che cercano di opporsi allo scontro frontale con Mosca.
E, all’opposto, i polacchi, con il coro dei baltici, che spingono verso un intervento sempre piu diretto e coinvolgente, l’ammissione di Kiev nell’Alleanza e, in buona sostanza, la Terza Guerra Mondiale.

Questo, naturalmente, quanto emerge ad una prima, superficiale, occhiata.
Sullo sfondo, le velleità belliciste di Macron, l’insipienza di Scholz, lo zelo da suffragetta della Meloni.
Per altro il, cosiddetto, vertice della NATO non sembra conoscere cambiamenti di linea. Da Stoltenberg a Rutte vi è una assoluta continuità. Nella pervicacia nel sostenere Zelensky. E nel cercare lo scontro con Mosca, costi quello che costi. E potrebbe costarci davvero molto, troppo caro.
Però, come sempre, in ogni catena (e la NATO questo è) vi è…un anello che non tiene.
E, il paradosso, è che, in questo momento, l’anello che non tiene, che scricchiola, che potrebbe cedere…è quello americano.
Paradosso, perché la testa dell’Alleanza è, ovviamente, a Washington. E perché la NATO è stata creata, nel 1949, come strumento della strategia internazionale degli USA.
Ma…è davvero ancora così?
È ancora giusto identificare la NATO, le sue scelte, la sua politica come una proiezione degli interessi americani?
Il discorso, in realtà, è più complesso. E si sta facendo sempre più difficile da districare, e semplificare, con l’incedere del tempo.

Per comprenderne qualcosa, però, dobbiamo cambiare la domanda.
Non più: a che serve la NATO?
Bensì: Chi serve la NATO?
Ovvero quali interessi tutela e promuove.
Per ridurla in soldoni, chi comanda davvero?
Perché è evidente che personaggi come Stoltenberg e Rutte sono solo facciata. Pallide ombre che celano i veri centri di potere.
Che, sicuramente, si trovano per lo più negli States – e a Londra – ma che non sono identificabili con l’America tout court.
Tant’è che la principale preoccupazione in questi Summit di Washington, espressa più o meno chiaramente da molti partecipanti, è rappresentata da che cosa potrebbe avvenire nel caso di una vittoria elettorale di Trump.

Che rappresenta l’altra America. O meglio, semplicemente l’America. Con la sua vocazione, popolare e populista, al mercantilismo, all’imprenditoria. E a un sostanziale isolazionismo.
E l’America del Mid West e della Belt Sun. Nulla a che spartire con i salotti di Manhattan e della California. Nulla, soprattutto, con gli oscuri centri di decisione di Wall Street. Che si trova in America. Ma non è l’America.
La NATO, sostiene qualcuno, è lo strumento, se vogliamo il braccio armato, dell’imperialismo.
Accettiamola per buona. Però non si tratta dell’imperialismo americano, che pure storicamente esiste ed ha delle sue, ben definite, linee di tendenza strategiche.

No. La NATO è strumento (quindi: serve) di un imperialismo sovranazionale. Rappresentato dalle grandi centrali del potere finanziario, che dettano la linea ai governi che fanno parte dell’Alleanza. Attraverso figure di prestanomi. Come, appunti, i, cosiddetti, ultimi Segretari Generali.
Di qui la preoccupazione per il futuro. Se un nuovo Presidente degli States dovesse decidere che lo scontro con Mosca in Ucraina è contrario agli interessi nazionali americani, cosa avverrebbe?
Ovvero, cosa farebbe la NATO?
Che serve, invece, “poteri” che questo scontro, questa guerra vogliono che perduri.
Si verrebbe a creare una situazione di impasse estremamente grave.
Per questo temono l’arrivo di Trump, legato a diversi interessi.
Per questo cercano di tenere in sella il vecchio Biden. Nonostante le sue precarie (ad essere generosi) condizioni mentali.