Per colazione un espresso al volo, per pranzo un panino addentato e finito entro trenta minuti e per cena serata sushi.
La dimensione del cibo ha subito un cambio di paradigma profondo: oggigiorno siamo disposti sempre meno a nutrirci di alimenti mirati al nostro benessere, a favore di un approccio funzionale ed edonistico. Mangiare perché si deve o perché ci diverte e non per il valore intrinseco del cibo.
Se a casa si consumano sempre meno pasti, di corsa, magari senza neanche la tovaglia e con la TV accesa, fuori dalle mura domestiche si ricerca invece lo spettacolo: viene criticata la location, la
vivacità dei piatti e la fotogenicità delle portate. Il ristorante diventa palco e le portate mutano in esibizioni artistiche di fronte alle quali i commensali scattano infiniti selfie a testimonianza della loro
partecipazione a tali eventi. Interessante è notare come, secondo gli esperti, il futuro sembri andare proprio in questa direzione, puntando a ricreare esperienze affini a quelle dei ristoranti, ma godute comodamente tra le mura di casa.
Come spesso accade, però, questo fenomeno vede due estremi: da un lato la fascia dei ricchi, fonte di ispirazione e influenza che può permettersi un certo tipo di cibo e, dall’altro, i poveri, fascia
succube di questi esempi, che brama l’imitazione (istigata da programmi come Masterchef), ma è costretta alla spesa nei discount, ai Kebab e agli All you can eat finto giapponesi.
Di fronte all’inesorabile ampliamento della forbice di separazione di carattere economico tra questi due poli opposti, sopravvivranno solo i ristoranti più prestigiosi e moriranno, invece, quelli di fascia media.
Se l’offerta gastronomica italiana è mutata drasticamente, perdendo la specificità delle cucine regionali e puntando invece a una standardizzazione filo-spagnola dei metodi di lavorazione della materia prima e dei gusti così da rassicurare la percezione sensoriale del consumatore, dal Nord Europa arriva la proposta di riprendere il quotidiano come fosse una novità e qualcosa da scoprire attraverso il foraging. In italiano conosciuto come fitoalimurgia o consumo delle specie spontanee vegetali ad uso alimentare, questo approccio potrebbe rivelarsi lungimirante nell’ottica futura di una
necessaria inversione di marcia.
Non si tratta di un regresso, bensì di un recupero di tutti i Saperi Gastronomici Tradizionali, vale a dire la riconsiderazione delle memorie e delle conoscenze legate al cibo che regolano il nostro modo di mangiare. Già definiti dall’UNESCO un patrimonio culturale immateriale, sono il risultato della diversità bio- culturale di un territorio, di cui descrivono la dimensione rituale, religiosa e artistica del cibo.
Tramite il cosiddetto foodscouting e tramite una rieducazione del gusto, sarebbe quindi possibile ipotizzare il riscatto di una alimentazione più genuina, autentica e alla portata di tutti. Chiaramente questo tipo di studio deve rifarsi a una piattaforma aperta e inclusiva, che indaghi con scrupolo i saperi dei nostri avi, memorie ormai in via di estinzione perché tramandate per lo più oralmente. Viene da chiedersi chi debba assumere la responsabilità di tale impresa e la risposta è da ricercarsi, forse, non tanto nelle multinazionali o nei consumatori, ma nei piccoli produttori, vale a dire coloro che agiscono nel quotidiano.
Socrate recitava Cibi condimentum esse famem , “la fame è il condimento del cibo” e si è analizzato
come sia possibile declinarla in diverse accezioni (ad esempio la ricerca del gusto estetico). Resta da chiedersi se, a fronte delle varie sfumature che questa possa assumere, l’istinto primigenio di ricerca
del Cibo come nutrimento alla base della vita potrà mai occupare davvero un ruolo secondario.