Siria. Ormai solo una, vecchia, espressione geografica. Un nome che, appena ieri, indicava uno Stato. Oggi solo un’area geografica. E un ricordo.
Vediamo, nel modo più spassionato possibile, lo stato delle cose. Ciò che resta, in sostanza, di quello che è stato, per oltre cinquant’anni, il regno della famiglia Assad. E dell’élite alawita che controllava il paese.
Corrotta? Probabile. Ma aveva, comunque, permesso alla Siria di divenire un paese laico. E sostanzialmente moderno. In quel, tormentato, medio oriente, scomodo vicino di casa per noi, non era cosa da poco.
Ora è tutto finito. È finita la Siria, così come la conoscevamo. Un paese sostanzialmente moderno. E, soprattutto, unitario.
E non è, come racconta una certa vulgata, iniziata una nuova stagione, confusa certo, ma che vede una nuova Siria democratica affacciarsi sulla scena internazionale. Queste sono solo fantasie. E fantasie drogate da sogni ideologici. O, peggio…
La Siria non esiste più. Al suo posto, un complesso, e violentemente conflittuale, mosaico. Dove è ben difficile, anzi impossibile, che uno degli elementi in gioco possa prevalere. Ed unificare nuovamente il paese.
Vediamo, rapidamente, un panorama della situazione. Per la sua complessità, per altro, troppo difficile, se non impossibile da descrivere con precisione.
L’attenzione mediatica si va, per lo più, concentrando su Hayat Tahrir al-Sham. Che ha preso Damasco, e il cui capo, che si fa chiamare al-Jolani (secondo alcune fonti in realtà, Ahmed al Saharaa) parla come se fosse il padrone di tutta la Siria. Promettendo un regime moderato, elezioni, diritti delle donne, libera scelta se seguire o meno la shariaa.
Parole. Perché, nell’area della Siria che HTS ha occupato, non si vede nulla di tutto questo. Anzi, è palese un crescendo di estremismo jihadista, del quale l’organizzazione è una filiazione siriana. E al-Jolani da sempre un esponente di primo piano. Che ha moderato di recente i suoi toni. Ma solo quelli, e per venire incontro alle richieste di Stati Uniti e alleati, che in realtà lo hanno appoggiato e favorito in tutti i modi nella presa di Damasco.
La realtà, però, è ben diversa. E con HTS in una parte della Siria è andata al potere una frazione jihadista. Derivata da Al Qaeda. Ed anche dall’Isis.
Isis che,per altro, ha ancora alcune frange operative, e non assorbite da HTS, soprattutto nelle province semi-desertiche orientali. E, sembra, che stia rinnovando le sue capacità operative, divenendo nuovamente minaccioso. Questo, almeno, secondo fonti statunitensi. Visto che Washington ha stanziato circa diecimila uomini per contenerlo.
Quanto alla Turchia, essa controlla direttamente l’Esercito Nazionale Siriano, oltre che un complesso arcipelago di gruppetti, che sta utilizzando in funzione anti-curda. E per espandere la sua influenza su parte della Siria.
L’obiettivo primario è contenere, se possibile distruggere i curdi dell’YPG, considerati stretti alleati del KKP, che opera in territorio turco.
Tuttavia è anche palese la volontà di Erdogan di controllare un’ampia area della Siria, per estendere l’influenza turca in tutto il medio oriente.
I curdi, per altro, non intendono cedere. E combattono, forti anche del sostegno di alcuni gruppi arabo-siriani ostili all’espansione turca. Al momento, sembrano controllare circa il trenta per cento del paese, soprattutto nel Nord Est. Ma l’offensiva, voluta dalla Turchia, li sta costringendo a ridurre la loro area di influenza.
Poi, vi è la, complessa, coalizione di gruppi armati del, cosiddetto, Fronte del Sud. A lungo tollerato da Assad, e, sostanzialmente, non in aperto confronto con questi. Ora, però, tornato operativo e decisamente influente sulla scena complessiva. Fronte del Sud è, in realtà, una sigla di comodo, che racchiude oltre cinquanta gruppi armati diversi. E, sostanzialmente, autonomi.
Situazione, per altro, comune anche al HTS, di al-Jolani. Che comprende, intorno ad un forte nucleo jihadista, un complesso di gruppi e gruppuscoli armati, per molti versi autonomi fra loro.
E poi vi sono i Drusi, piccola minoranza armata, che, dichiaratamente, preferisce il controllo israeliano del suo territorio, piuttosto che dover soggiacere al dominio dei jihadisti. E vi sono, anche, gli alawiti. Circa il 10% della popolazione siriana, ora costretti, per lo più, alla fuga dopo la cacciata di Assad. Ma non privi di organizzazione militare. E sicuramente pronti a riprendere le armi nell’immediato futuro…del quale si cominciano a vedere già i primi segni.
E questo, naturalmente, sottacendo la presenza israeliana, che di fatto si estende dal Golan, ormai annesso, alla periferia di Damasco…
Potrei continuare…ma avrebbe poco senso. La situazione è troppo fluida e mutevole per venire ritratta con precisione.
Unica certezza, per quello che può valere: la Siria, ormai, non è che un’espressione geografica. Facciamoce una ragione.


