Codreanu, il mistico rivoluzionario che terrorizza Zerocalcare

14 Dicembre 2025

Carlo Sburlati, Codreanu – L’arcangelo trafitto, Idrovolante Edizioni, 2025 

«Il viso era ovale e puro, sempre serio. Gli occhi erano, con la voce calda e sonora, la cosa più bella di Codreanu. Due grandi occhi turchesi, incastonati in orbite fonde, velati di tristezza. Una figura straordinaria, unica»: così Indro Montanelli ricordava il Capitano Corneliu Zelea Codreanu (13 settembre 1899 – 30 novembre 1938), mitico fondatore del Movimento Legionario rumeno, più noto come Guardia di Ferro. Ora, di questo carismatico personaggio, che nel periodo tra le due guerre mondiali seppe trasformare «la fede in missione e la politica in mistica del sacrificio», Carlo Sburlati ci ripropone, con qualche aggiornamento e titolo mutato, l’accurato e fedele ritratto che ne aveva tracciato nel 1970 per la collana L’Architrave dell’editore Giovanni Volpe: un volume, quello (Codreanu e la Guardia di Ferro), di grande successo, tradotto (e più volte “piratato”) in varie lingue, ma ormai quasi introvabile.

Diciamo subito che Codreanu è un personaggio tuttora scomodo e divisivo, tanto che Wikipedia parla della Guardia di Ferro come di una «organizzazione terrorista di stampo ultranazionalista e fascista», forse richiamandosi ad Alexandra Laignel-Lavastine, che nel suo saggio Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco. Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo (Torino 2008) ha definito l’ideologia legionaria una «mistica del crimine». Se andiamo però a vedere i fatti, scopriamo che la realtà è un po’ diversa: «Tra il 1924 ed il 1937 i legionari commisero undici omicidi in gran parte di funzionari o politici importanti. Nello stesso periodo furono uccisi più di 500 guardisti in gran parte dalla polizia e dai reparti speciali della polizia. Tra l’aprile ed il dicembre 1939, l’anno più feroce, vennero arrestati ed uccisi circa 1200 legionari» ( Zeev Barbu, Romania in Il fascismo in Europa, a cura di S.I. Wolf, Laterza, Bari 1968). Lo stesso Codreanu fu proditoriamente strangolato, con altri compagni di sventura, dai gendarmi che li scortavano durante un finto trasferimento da un carcere all’altro. E dietro il loro assassinio c’era la mano del re e del governo, che non vedevano altro modo per liberarsi di un uomo e di un movimento che avevano saputo conquistarsi la fiducia del popolo.

Il successo dei Legionari è ben spiegato da uno storico insospettabile come Eugen Weber: «Lungi dall’essere un movimento borghese o piccolo-borghese nel significato comune del termine, la Legione fu un movimento popolare, con un programma che le masse (il complesso dei contadini e lavoratori rumeni) consideravano abbastanza radicale per le loro esigenze, e che le forze che rappresentavano l’ordine costituito, da Cuza al re, consideravano rivoluzionario […]. Codreanu offriva un programma di riforme radicali che non urtava contro i pregiudizi nazionalistici degli operai e dei contadini, e non svegliava il sospetto che si trattasse di politicanti di città pronti a sfruttarli ed a prendersi gioco di loro». I legionari «andarono dai contadini, si guadagnarono la loro fiducia aiutandoli nei lavori dei campi e fermandosi nelle loro case. Il metodo funzionò soprattutto per merito dell’entusiasmo e della dedizione dei militanti, dell’insistenza di Codreanu sullo sforzo e sulla disciplina, ma anche, più semplicemente, perché essi erano molto vicini ai contadini; sapevano e volevano parlare il loro linguaggio e ballare i loro balli e lavorare i campi degli uomini a cui si rivolgevano».

Ma per non togliere ai lettori il piacere di seguire nei dettagli la marcia, per molti aspetti epica, degli uomini dell’Arcangelo San Michele (come Weber chiama i Legionari di Codreanu) per andare incontro al popolo, ci limiteremo a dire che essa rientra nel novero e nella logica delle rivoluzioni nazionali del primo dopoguerra. E come tutte le rivoluzioni che si rispettano ha bisogno di miti e di simboli. Tra i miti ricorrenti ci sono quelli dell’«uomo nuovo» e di un «nuovo ordine», fondato sulla giustizia, quando non addirittura di un «mondo nuovo» ovvero di una palingenesi radicale della società. Anche Codreanu aspira a un nuovo assetto politico-istituzionale. L’uomo nuovo da lui auspicato può nascere solo laddove lo spirito cristiano germoglia nella sua forma più pura. La fede in Dio è un postulato fondamentale della dottrina legionaria; da essa non si può prescindere, proprio perché è essenziale che ognuno sia cosciente della propria realtà spirituale e della missione terrena che deve compiere. «L’uomo nuovo o il rinnovamento nazionale presuppongono – a suo dire – una grande metamorfosi spirituale, una grande rivoluzione del popolo tutt’intero, vale a dire una reazione contro la situazione d’oggigiorno e la volontà decisa di cambiare questa direzione».

La rivoluzione deve partire dallo spirito e dall’amore. Essere cristiani, per Codreanu, è un modo di vivere e di realizzarsi pienamente, senza mai rinunciare alla lotta del bene contro il male, assumendosi coraggiosamente le proprie responsabilità. Il legionario, da buon cristiano, deve saper soffrire, affrontare di buon grado le prove e i sacrifici che l’esistenza gli impone, anche a costo della vita: solo così potrà redimersi, ricalcando le orme di Cristo fino a risorgere spiritualmente con Lui. «Bisogna superare la natura animale dell’uomo; il fattore d’armonia, capace di sublimarlo e di assegnargli una missione, non può essere che il suo spirito. All’infuori dell’amore che Iddio ha immesso nelle anime umane, attraverso il sacrificio di Nostro Signore Gesù Cristo e come sintesi di tutte le nostre qualità, amore che ha posto sopra ogni altra virtù, non c’è nulla che possa darci tranquillità e pace».

La vita è impegno, lotta, sacrificio. E la prima rivoluzione deve essere interiore. Poi si potrà pensare anche ai nemici della nazione. Che sono diversi: dalla cricca di faccendieri e politicanti che ruota intorno al sovrano alla rampante e rapace minoranza ebraica che, forte della propria abilità affaristica e dell’appoggio interessato da parte della classe dominante, fruisce di favori e di privilegi a scapito della maggioranza rumena, della quale spregia la cultura e le tradizioni, rifiutando di integrarsi. Oltre tutto, gran parte degli ebrei di recente immigrazione, professa idee comuniste, in un periodo in cui i bolscevichi non nascondono le proprie mire sui territori rumeni di confine.

La storiografia ha spesso insistito sull’antisemitismo di Codreanu, senza tuttavia rimarcare che non v’è traccia in lui di avversione etnica o religiosa, né alcuna pretesa di superiorità morale. Non risulta che egli abbia incoraggiato violenze contro gli ebrei e i loro beni. E costante è pure il suo ripudio dell’illegalità, il richiamo all’ordine, alla disciplina, all’onore. La sua è una lotta alla luce del sole, che ripudia i raggiri, disdegna ogni facile demagogia e si appoggia più sui fatti che sui programmi. C’è in lui alcunché dello spirito cavalleresco e del «sentimento messianico» che Stuart J. Woolf ha individuato nei fascisti dell’Europa centrale e orientale e che si estrinseca in modelli valoriali che si ammantano di « un’aura mitica dove il giuramento, la spada, il sangue sono una evocazione romantica che diventa appello politico», dove contano soprattutto le suggestioni delle radici, della tradizione, dell’identità nazional-popolare.

È allora evidente che la rivoluzione vagheggiata da Codreanu si apparenta più alla Konservative Revolution di Moeller van den Bruck che non a quella promossa dai giacobini o teorizzata da Marx. Non v’è in essa l’aspirazione a far tabula rasa del passato, per volgere lo sguardo verso un ordine nuovo, che realizzi l’incivilimento dell’uomo mediante gli strumenti della ragione, del diritto, della sovranità popolare nel primo caso; dell’abolizione delle classi, della proprietà privata e perfino dello Stato nel secondo. La rivoluzione propugnata dai Legionari è alcunché di intrinsecamente connesso ad un popolo, concretamente inscritto nel suo destino storico: è la missione che esso deve adempiere per far emergere e sviluppare la propria natura più profonda. Di qui la diversità dei simboli o delle icone che la contraddistinguono: non la figura del fabbro, non l’insegna della falce e martello, bensì la Croce, l’Arcangelo San Michele. Di conseguenza, anche l’uomo nuovo non sarà «l’uomo totale» di Marx, che si appropria del suo essere onnilaterale, né tanto meno l’«oltre-uomo» nicciano, bensì l’uomo che incarna al meglio il genio della nazione, che meglio ne sa realizzare la missione. In sintonia con Dio, giacché «Dio non si discute, si vive». Dio e popolo, insomma, come per Giuseppe Mazzini. Anche lui un terrorista?

Certamente c’è qualcosa di utopistico e di donchisciottesco in questo personaggio e nel suo «fascismo mistico». Codreanu è tanto lucido nell’individuare i limiti e i difetti della democrazia, che ovviamente giudica a partire dai caratteri “balcanici” di corruzione e di inadeguatezza del suo Paese, quanto all’apparenza sprovveduto nel valutare le forze in campo, il peso e la determinazione dei suoi avversari, anche perché frenato da scrupoli moralistici che un leader politico non può permettersi. Di fronte a mali estremi, un politico che si rispetti dovrebbe saper scegliere quello minore: dovrebbe cioè, per dirla con Machiavelli, «sapere intrare nel male, necessitato». Codreanu accusa invece Machiavelli di amoralità, se non di immoralità, richiamandosi a una massima che viene comunemente attribuita al Segretario fiorentino, ma che è assente dai suoi scritti. È bensì vero che egli nel capitolo XVIII del Principe afferma: «Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo Stato: e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno laudati», ma questo dipende dal fatto che lo Stato per Machiavelli è il bene supremo, giacché senza di esso gli uomini si sbranerebbero. Ed è una convinzione, questa, che lo accomuna a sant’Agostino e a sant’Ireneo. Su di essa poggia la moralità del politico, che, pur di salvaguardare un bene irrinunciabile, non esita a “sporcarsi le mani”. Come il chirurgo che, per salvare un paziente, all’occorrenza deve esser pronto ad amputargli un arto.

Sburlati ricostruisce in maniera limpida e coinvolgente sia la personalità sia il pensiero di Codreanu, mettendone in rilievo anche i punti deboli e le incoerenze: se vogliamo, le ingenuità. Al tempo stesso non nasconde la sua ammirazione per la rettitudine morale dell’uomo e per il coraggio dei Legionari, che a centinaia languirono e morirono nei campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen «per tenere fede ad un loro imperativo morale: quello di non rinunciare al proprio patrimonio politico, nazionale e spirituale nemmeno di fronte a pretesi amici o alleati». A dimostrazione di quanto false siano le accuse di coloro che nel Movimento Legionario vedono una mera imitazione del Fascismo o, peggio, una succursale del Nazionalsocialismo tedesco. Certo, alcune affinità non mancano, ma si spiegano nell’ambito comune delle rivoluzioni nazionali. «La Guardia di Ferro – conclude infatti l’Autore -, per il suo carattere antiborghese e spiritualista, è forse ideologicamente più vicina alla Falange spagnola ed al fascismo ungherese, impersonato dal Maggiore Szálasi e dalle sue Croci Frecciate; ma vi sono anche affinità con la politica sociale e sindacale di Juan Domingo Perón e la tensione mistico-rivoluzionaria di Evita e dei suoi descamisados».

 

 

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