Gran brutta bestia, la depressione. Dunque massimo rispetto e massima comprensione per Paolo Cognetti che si racconta su Il Dolomiti. Però qualche dubbio è legittimo esprimerlo ugualmente. Perché è troppo comodo nascondersi dietro Jessica Rabbit raccontando che sono stati “gli altri” a descriverlo come un cittadino milanese che ha scelto di vivere in montagna quando, in realtà, questi “altri” misteriosi non hanno fatto altro che assecondare una narrazione finalizzata alla promozione editoriale. Ci ha marciato, eccome, su questi “altri” che lo disegnavano così.
Ma al di là delle sue vicende di salute mentale, Cognetti affronta un tema collettivo decisamente più interessante. In montagna, assicura, “il problema più grande è quello delle relazioni umane”. E aggiunge: “Magari ti trovi due o tre amici, il rifugista, il pastore, come è successo a me, ma l’integrazione nella comunità è pressoché impossibile”.
D’accordo, la depressione. D’accordo, la spocchia del milanese che è abituato a spiegare il ghiaccio agli esquimesi ed il deserto ai tuareg. Però queste certezze assolute sulla vita degli altri sono decisamente fastidiose. È vero che l’integrazione non è mai facile e diventa più ardua in realtà come quelle alpine, dove la comunità è qualcosa di molto diverso rispetto alla città. Ma dove, appunto, il senso di comunità è molto più reale.
Ciò non impedisce faide famigliari, scontri accesi tra frazioni dello stesso comune, gelosie e rivalità. Ma se vuoi far parte di una comunità in cui accedi dall’esterno, la spocchia devi lasciarla in città. E poco importa se hai una Lamborghini o una Suzuki, se hai vinto un premio letterario o se fai l’idraulico.

O forse no. Perché quella era la comunità di alcuni decenni addietro. Ora, con la follia del turismo altospendente, la comunità si è trasformata in una società per azioni. Dove lo scrittore Cognetti può avere il suo posto di rilievo, omaggiato e riverito. A patto, però, di ricordare che è lui che vuole entrare a far parte della società per affari e che la comunità è tutt’altra cosa. E, in ogni caso, la spocchia è meglio lasciarla a Milano. Non solo quando sale a Estoul, ma quando viaggia in qualsiasi parte del mondo.
