Povera Ferragni! E poveretti quelli che puntano ancora su di lei per una promozione delle proprie attività. La nuova puntata della saga si è svolta in Valle d’Aosta. Prima a Courmayeur, dove tutto si è svolto come da copione. D’altronde una località turistica che sopravvive, ogni anno, alla costante presenza di Elsa Fornero e Deaglio non si scompone più di tanto per la presenza di una influencer in disgrazia. Poi, però, la diva si trasferisce ad Ayas, in un delizioso albergo diffuso che ha recuperato un antico villaggio walser.
E qui si scatena il putiferio. Perché Ferragni pubblica l’immancabile post – è il suo mestiere, cos’altro è andata a fare? Mica va in montagna per divertirsi, lei.. – e l’hotel lo rilancia pensando di rispettare una strategia di marketing vincente. Invece no. Poche ore e la condivisione viene eliminata perché il post è stato seppellito di critiche ed insulti.
Strano che nessuno lo avesse previsto. E non impeccabile la risposta arrivata dall’hotel che si è difeso sostenendo che la struttura è aperta a tutti, compresi i barboni. Non viene spiegato come un barbone possa sostenere la spesa per un soggiorno così chic, il preferito da Sarkozy e Carla Bruni. Ma sicuramente le associazioni che aiutano i senzatetto nelle grandi città avranno ora un indirizzo in più dove sistemare i più poveri durante l’inverno.
Però, oltre a candidarsi come rifugio per i clochards, l’hotel se la prende con questo mondo pieno di odio nei confronti della povera influencer plurimilionaria. Sarà invidia sociale e non solo social? Saranno i followers che, da innamorati delusi da Chiara cercano ora la vendetta sulla base del motto “chi di social ferisce, di social perisce”? Sarà perché dopo gli “osanna” arrivano sempre i “crucifige” (e qualcuno spiegherà il significato anche a Fedez)?
Dal punto di vista dell’hotel, però, le preoccupazioni sono legittime. Perché occorre capire se l’odio è indirizzato esclusivamente all’influencer che – al di là degli aspetti penali – si è comportata malissimo o se, invece, è solo la punta di un iceberg di un fenomeno in crescita.
Va bene l’entusiasmo per un Sinner che vince qualcosa di importante grazie a capacità ed impegno; ma non è che persino i fans più beceri si stiano stancando di far arricchire personaggi inutili se non dannosi? Non è che il divismo dovrebbe comunque essere collegato ad un’impresa, alla realizzazione di qualcosa di grande? Un’impresa sportiva, un’opera d’arte, un libro fondamentale, un’azienda di successo, un’invenzione utile per il mondo?
Forse, però, non tutto è perduto per gli inutili influencer. Il leaderismo politico è legato al nulla cosmico. Ed hanno un seguito enorme i trapper privi di voce e di capacità ma che sanno esaltare violenze e droga. Per loro, però, l’apologia di reato non è prevista. Vale solo per chi festeggia l’abbattimento di un autovelox.


