Dagli Stati nazionali alle macroaree? L’Europa rischia

21 Luglio 2025

Gli Stati nazionali sono arrivati al capolinea? Potrebbe essere un vantaggio. I tempi sono maturi per archiviare definitivamente una struttura che sta dimostrando non solo evidenti limiti ma anche grande pericolosità. Napoleone può tranquillamente riposare in pace con tutte le sue architetture istituzionali.

Già, ma con cosa sostituire gli Stati? Dal punto di vista sociale sarebbe auspicabile ritornare a realtà più piccole, in cui i popoli si sentano davvero parte di un tutto. Recuperare le comunità e il senso di appartenenza. Ma le comunità potrebbero avere un futuro economico in un mondo in continuo mutamento e sempre più interconnesso nonostante dazi e guerre? E allora l’ambasciatore Giorgio Starace ha ipotizzato un futuro di macroaree che si confrontano, si fronteggiano, collaborano o si fanno concorrenza.

Ma devono comunque essere omogenee. E le comunità potrebbero rappresentare i nuclei di base su cui costruire le macroaree. Il problema è che una eventuale macroarea europea rischia di essere perdente in un confronto globale. Studenti che si sentono vittime della competitività per una domanda sulla letteratura italiana rischiano di diventare classe dirigente perdente in un confronto con ragazzi indiani o cinesi che frignano di meno e studiano di più.

Imprenditori europei che investono molto poco in ricerca e sviluppo, in innovazione e risorse umane, sono perdenti a fronte di colleghi di ogni altra parte del mondo che hanno capito l’importanza degli investimenti.

Non basta una macroarea per crescere. Servono coraggio, intraprendenza, preparazione, visione. L’Europa di Ursula, di Rutte, della Kallas, di Tajani e Urso parte male. Molto male.

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