Dunque… a Treviso, in una Terza media, un prof., prima di spiegare qualcosina su Dante – chissà cosa, poi, a quell’età – esenta due studenti musulmani. Dice di aver chiesto il parere ai genitori… ma questo, se permettete, mi sembra di secondaria importanza.
Quello che conta, in ogni caso, è lo scrupolo dell’insegnante. Uno scrupolo che sa molto di autocensura in nome di una, pretesa, correttezza politica. La nuova foglia di fico con cui, nella scuola come in ogni altro luogo, si cerca di coprire la dilagante ignoranza.
E sinceramente non mi indigno per una, eventuale, richiesta di esenzione da parte dei genitori. Il cui livello culturale non conosco, ma non mi è difficile immaginare. La più parte dell’immigrazione in Italia è, purtroppo, rappresentata da bassa forza lavoro. Chiedere a costoro se si sentano offesi dallo studio di Dante, sarebbe come aver chiesto all’immigrato italiano nella New York di primo ‘900 se si sentiva offeso da Shakespeare. Una domanda assurda a chi, con ogni probabilità, parlava solo il suo dialetto natio. E biascicava quattro parole distorte in inglese.
Quindi il problema non sono i due studenti che, forse, avrebbero chiesto di essere esentati dalla Commedia. Il problema è il professore. E, per ordine gerarchico, il Preside. Che ritengono l’opera di Dante evidentemente offensiva per chi venga da altre culture e religioni.
E sono loro gli ignoranti. Oltre che cretini.
Perché non sanno come la Commedia sia stata più volte tradotta in paesi islamici. E pubblicata. E letta e studiata. Da specialisti di fede musulmana.
Così, su due piedi, mi viene in mente la traduzione in urdu di Mohammed Iqbal. Il più grande poeta pakistano.
Tralascio tutti gli studi sulle relazioni fra Dante e la cultura islamica. A partire da quello, monumentale e fondamentale, di Miguel Avin Palacios, “Le fonti arabe della Commedia di Dante”. E Palacios era un abate cattolico…
Non si può pretendere tanto da un professore di scuola media. Queste sono cose per specialisti, che passano sulla Commedia la loro vita. Consumandosi occhi e cervello.
Ma il buon senso sì. Quello lo si dovrebbe pretendere. Quello dovrebbe essere uno dei prerequisiti necessari per insegnare.
Ed è al buon senso che qui si sta abdicando totalmente. In nome, come dicevo, di una pretesa correttezza che ottiene, per altro, l’effetto opposto. I due ragazzini musulmani, di fatto, vengono esclusi dal resto della classe e bollati come diversi. Alla faccia dell’integrazione.
Il problema è che non sono loro o i loro genitori ad odiare la nostra cultura. L’odio è di quell’insegnante, di quel preside… evidentemente afflitti dalla malattia dilagante in Italia come in tutto l’Occidente. La oikofobia. L’odio per la propria casa, le proprie tradizioni, la propria cultura.
Non sono gli immigrati di altre fedi o cultura a mettere a rischio la nostra identità. Siamo noi stessi che la stiamo distruggendo. In nome di quella follia woke che sta venendo imposta attraverso una, ben orchestrata, campagna mediatica. E che vuole azzerare tutte le differenze. Per rendere i popoli delle masse amorfe. Greggi di pecore matte di cui i Signori dell’economia possano ridere… sfruttandoli sino ad esaurimento.


