Don Emilio e la visita del vescovo

15 Agosto 2026

 

 

Don Emilio non stava in sé dalla contentezza per non aver ricevuto alcuna reprimenda dal suo superiore. Tutti i fedeli erano convenuti in canonica per attendere il vescovo. La buona e diligente perpetua aveva imbandito la tavola con tante prelibatezze ricevute dall’oste del paese, che le aveva donato delle pagnotte appena sfornate dalla vecchia fornaia, assieme ad altro cibo delizioso. Non mancavano altresì delle torte, specialità della fedele perpetua.

In canonica le persone accolsero l’alto prelato con un fragoroso applauso e qualcuno intonò una famosa melodia. Immensa fu la sorpresa del vescovo e del parroco. La festa ebbe inizio. L’ospite d’onore fu accomodato a tavola vicino a don Emilio, che aveva una voglia impellente di fumare un toscano conservato in tasca in una piccola scatola di metallo. Il suo sguardo incontrò il volto del suo Cristo, a cui avrebbe manifestato la sua contentezza per non essere stato oggetto dei temuti rimproveri.

Il vescovo intanto faceva onore alla tavola e aveva più volte assaggiato il buon vino portato dall’oste. Il vescovo manifestò l’idea di fermarsi a passare la notte in canonica assieme al suo autista. Don Emilio accettò di buon grado la proposta. Quella sera l’alto prelato si sentì veramente bene; provò la stessa gioia di quando, da seminarista, ritornava in famiglia. I suoi genitori gli facevano sempre una grande festa al suo rientro. Sua madre era molto devota a padre Leopoldo Mandic’, il cappuccino di Padova a cui si rivolgeva per la protezione del figlio. Il frate era una santa persona che aveva dedicato la vita ad amare il prossimo e a riconciliarlo con Dio. La donna aveva sofferto tantissimo il 30 luglio 1942, giorno in cui il cappuccino venne chiamato davanti al buon Dio.

Successivamente il vescovo chiese di uscire per recarsi all’osteria, così da poter ringraziare il gestore di tutto quel ben di Dio che aveva fornito. Era comunque sua intenzione saldare il conto con l’oste, sapendo che il generoso parroco aveva sempre le tasche vuote. Il vescovo entrò nell’osteria che era molto affollata e con i tavolini tutti occupati. Il fumo denso era paragonabile alla nebbia che si alza durante i giorni invernali nelle campagne della Bassa Padana. Due persone si alzarono per far posto ai nuovi arrivati, mentre tutti gli altri rimasero ammutoliti e sorpresi.

Il vescovo e don Emilio bevvero una tazza fumante di caffè che li ritemprò. Il superiore chiese poi all’oste quale fosse la marca dei toscani fumati da don Emilio. Il vescovo, infatti, ne era incuriosito, dato che il parroco non aveva mai fumato in sua presenza. L’oste arrivò poco dopo con una scatola di legno ancora sigillata, contenente i toscani preferiti dal parroco. Ne prese uno per annusarne il profumo e lo porse al parroco, perché aveva intuito che moriva dalla voglia di fumarlo. Quest’ultimo non esitò ad accenderlo e, aspirando a grandi boccate, gli sembrò di sognare.

Il vescovo prese il portafoglio dalla tasca, pose alcune banconote sul bancone e ne offrì delle altre al buon don Emilio. Mentre facevano ritorno in canonica, il vescovo gli confidò che lo scopo iniziale della sua visita era quello di rimuoverlo dalla parrocchia; tuttavia, la sua predica e il foglio appeso in bacheca – che narrava del re intento a baciare le mani a padre Cottolengo – gli avevano fatto capire che era una persona di grande umanità e che avrebbe lasciato un vuoto incolmabile. Il superiore aggiunse che, una volta diventato anziano, gli sarebbe piaciuto vivere in una piccola parrocchia come quella: una realtà paragonabile a una grande famiglia, dove ognuno era di soccorso all’altro. Confidò infine al suo parroco le molte preoccupazioni che lo attanagliavano, legate al tentativo – spesso vano – di sopperire alle tante necessità in cui versavano i fedeli nel difficile periodo post-bellico.

La vita nelle città distrutte era difficile; anche la chiesa era stata ferita mortalmente dalla guerra. I danni causati dal conflitto si sarebbero potuti riparare solo dopo diversi anni. Don Emilio aveva combattuto in entrambe le guerre come cappellano militare e di cose brutte ne aveva viste tante. Ricordò i numerosi caduti della Grande Guerra e i morti in Russia, quelli che non fecero più ritorno.

Don Emilio chiese poi al vescovo se desiderasse andare a trovare Giovanni. Era il ragazzo che l’alto prelato stesso gli aveva inviato affinché lo aiutasse, poiché una volta tornato dal fronte, aveva tentato il suicidio. Il vescovo accettò con piacere. Il prete gli raccontò che il giovane si era ripreso e aveva trovato lavoro in paese, dove un giorno aveva riparato il tetto di una donna che viveva da sola. Poiché il marito di lei non era più tornato dalla guerra, tra i due era nata una simpatia e si erano fidanzati. In questo modo, il giovane aveva trovato sia una sistemazione sia un posto di lavoro in paese. Dalla vita aveva ricevuto molte tristezze, ma ora si sentiva un po’ meglio. La domenica frequentava la Santa Messa e la sua vita era cambiata: quello che il destino gli aveva tolto, ora glielo stava restituendo. Il giovane aveva ripreso gli studi, con l’obiettivo di conseguire almeno la licenza elementare, e questa sua voglia di vivere era legata all’amore che stava provando. La vita finalmente gli sorrideva, e per questo ringraziava Dio delle possibilità che gli aveva offerto. Don Emilio lo chiamava ogni volta che c’era qualche lavoretto da svolgere, considerandolo un collaboratore prezioso.

Nel frattempo il vescovo, mentre camminavano, esortò don Emilio a essere prudente nelle sue esternazioni, ricordandogli che la cautela doveva venire prima di tutto. In quel periodo, infatti, era stato ucciso un camerata che aveva combattuto la Seconda Guerra Mondiale con la Repubblica Sociale Italiana. Lo avevano freddato davanti a casa, nonostante fosse una persona molto a modo e avesse una famiglia. La sua unica colpa era stata quella di essersi iscritto al Movimento Sociale e di dirigere una rivista vicina alla destra mussoliniana. Lo avevano assassinato davanti alla moglie incinta, e il vescovo aveva preso la famiglia sotto la propria protezione. In Italia non si era ancora capito che la guerra era finita, e che anche l’odio avrebbe dovuto essere sepolto.

Il vescovo chiese a don Emilio di usare cautela, poiché manifestare certe idee esponeva a gravi ritorsioni. Il prete, tuttavia, scosse la testa: alla sua età non poteva cambiare opinione, non sarebbe stato giusto per tutta quella gente che aveva sofferto e pagato con la vita. Quelle idee erano ormai radicate nel suo cuore. Il vescovo raccontò allora di aver letto alcuni racconti di Giovannino Guareschi sul settimanale Candido. A quel punto il sacerdote abbassò lo sguardo, consapevole che il suo superiore sapeva della sua collaborazione con quella rivista. Scrivere per quel giornale, così come per il Secolo d’Italia, era per lui normale, ma il vescovo gli raccomandò comunque di moderare i toni dei suoi articoli, poiché il mondo, anche in quel piccolo paese, era cambiato.

Quando giunsero a casa, la perpetua li stava aspettando in preda all’ansia perché non sapeva come rintracciare il parroco: un ammalato grave aveva urgente bisogno dell’estrema unzione. Il vescovo si offrì subito di accompagnarlo con la propria auto d’ordinanza. Don Emilio raccolse la stola e partirono. Per raggiungere l’abitazione, i due dovettero percorrere anche un tratto a piedi. Durante il cammino, il prete confidò al superiore di aver ricevuto diverse lettere anonime con minacce di morte, alle quali però non aveva dato peso. La sua vita era sempre stata nelle mani di Dio e, ancora una volta, la affidava interamente a Lui. Quelle lettere anonime lo accusavano d’essere fascista e di proteggere gli ex combattenti della RSI. Accusa in fondo vera, ma il prete sosteneva di non aver mai fatto nulla di male: la sua porta non sarebbe mai rimasta chiusa per chiunque avesse bussato in cerca d’aiuto.

Quando giunsero a destinazione, fecero in tempo ad amministrare l’estrema unzione. Quella famiglia perdeva così il proprio capofamiglia, un uomo che, nonostante una vita dura, era riuscito a crescere i figli con il sudore della fronte. La moglie si mostrò fortemente imbarazzata per la presenza del vescovo in quell’umile dimora, tanto più che non aveva nulla da offrirgli se non la preghiera. Il prelato domandò dove fossero i figli e la donna rispose che si trovavano lontani a pascolare le pecore, rammaricandosi del fatto che non avessero potuto assistere agli ultimi istanti di vita del padre.

Proprio mentre i religiosi stavano per andarsene, arrivò un vicino di casa insieme alla moglie. Alla vista del vescovo, l’uomo e la consorte gli baciarono la mano in segno di profondo rispetto. Il vescovo donò loro l’immaginetta di un santo che custodiva in un libretto e si raccomandò calorosamente affinché la vedova non venisse lasciata sola in un momento così tragico.

Quando fecero ritorno in canonica, la perpetua li stava aspettando; per l’occasione aveva preparato una cena degna del giorno di Natale. Quella sera, a tavola con loro, si unirono anche il sacrestano e l’autista, e il buon vino riuscì a rifocillarli dopo una giornata pesante ma intensa. La perpetua, che ignorava il contenuto del colloquio tra il vescovo e il parroco, non appariva serena: era anzi piuttosto pensierosa, temendo che sul suo don Emilio piovesse un provvedimento di trasferimento. Il vescovo, intuite le sue preoccupazioni, la rassicurò dicendo che il sacerdote sarebbe rimasto saldamente in quella piccola comunità; aggiunse, però, che lei avrebbe dovuto aiutarlo a non cacciarsi nei guai a causa delle sue idee. Quelle parole la liberarono da un grande peso, spingendola a portare trionfalmente dalla cucina una grande torta appena sfornata.

Nel congedarsi, il vescovo promise che sarebbe tornato a trovarli al più presto. Rimasto solo nella sua stanza, don Emilio accese una candela davanti alla statua della Madonna e davanti a quel Crocefisso che aveva compiuto il miracolo di non essere stato rimosso dalla sua parrocchia di montagna. Davanti a quell’immagine sacra, il prete riaffermò tra sé e sé che non sarebbe mai cambiato: le sue idee politiche avevano un solo colore, quello della Repubblica Sociale Italiana, e la sua fedeltà a Mussolini non sarebbe mai venuta meno. Senza dire una parola, il parroco si accese il pezzetto di toscano avanzato e, come spesso accade dopo una giornata carica di emozioni, faticò a prendere sonno, finendo per contare i rintocchi del campanile fino al mattino.

 

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