Don Emilio ritrova dei vecchi fogli ingialliti

16 Agosto 2026

 

 

Don Emilio aveva tantissime idee che gli frullavano in testa e molti progetti dedicati all’aiuto del prossimo. Amava tutto ciò che la vita gli presentava e conservava l’allegria e la curiosità di un bambino. Una sera, dopo una giornata molto intensa, prese dalla scaffale dello studio un libro che sembrava attirare la sua attenzione. Era certo che appartenesse al vecchio sacerdote, che gli aveva fatto dono della sua biblioteca; una raccolta di libri che don Emilio sentiva di dover visionare con tranquillità, poiché la considerava un tesoro inestimabile.

Una volta don Emilio lesse che, quando muore una persona, è come se scomparisse una biblioteca. Ogni individuo, infatti, è una raccolta di libri letti e insegnamenti lasciati ai posteri che a loro volta dovranno tramandarli alle generazioni future. Anche don Emilio aveva ereditato i valori dei suoi genitori e li custodiva gelosamente come un tesoro.

Il libro che aveva catturato la sua attenzione era della scrittrice Grazia Deledda, la prima donna italiana a essere insignita del premio Nobel per la letteratura, nel 1926. Il prelato non conosceva a fondo la sua biografia; sapeva solo che era una donna che aveva dovuto lottare per far emergere il proprio talento come scrittrice e poetessa in un mondo in cui le donne venivano discriminate. Mentre sfogliava il volume, caddero a terra alcuni fogli che don Emilio raccolse all’istante: erano scritti con una calligrafia nitida, tracciata con una penna stilografica. A prima vista pensò a un testamento, ma non si rivelò tale. A don Emilio era passato il sonno e intendeva cimentarsi nella lettura di quei fogli. Si accese un mozzicone di toscano che prese dalla sua scatoletta di metallo. Iniziò a leggere:

«Vivo dei momenti che mi sembrano davvero unici per la loro asprezza. Allora raccolgo le mie forze e mi dico che non posso fermare la mia vita. Mi sento come un soldato che deve difendere la Patria e la famiglia. A tutti i costi bisogna andare avanti, anche se le soddisfazioni sono assenti. Bisogna andare nella direzione più dura e difficile, quella che fa diventare il fiato ancora più corto. Penso sempre a una frase del filosofo italiano Evola che leggendola mi dona del coraggio. “Qualunque cosa accada, le posizioni devono essere mantenute, perché in ogni caso parte essenziale deve essere l’eredità ideale di coloro che ieri, pur sapendo perduta la battaglia, si tennero sul loro posto e combatterono”. In questo periodo che sto attraversando vorrei abbandonare tutto, ma non posso lasciare la barca che sta affondando. Ogni meta ha la sua bella salita, che richiede grande difficoltà, ma ti fa diventare ancora più uomo. Quando tutto è perduto, una persona vera non può far venir meno, neanche per un attimo, l’onore. L’onore si deve cercare come un diamante, e quando lo si possiede non bisogna in nessun modo gettarlo. L’onore è indispensabile se si vuole vivere in pace con se stessi. Se avessi un figlio gli direi di conservare fino alla morte l’onore. Durante la Grande Guerra ho sempre combattuto fino in fondo per mantenere il giuramento di fedeltà al re».

 

Su un’altra di quelle pagine trovò scritto:

«La vita del figlio del duca di Savoia

 

Suo padre non credeva in lui e pensava di farne un cardinale. Questo ragazzo aveva un fisico debole, era gracile. Poi questo giovane divenne un soldato. Nel vederlo crescere debole, nessuno poteva immaginare che il figlio del duca di Savoia potesse diventare un uomo d’armi. Per essere guerrieri bisognava essere forti di membra e duri di muscoli. Soltanto l’armatura di ferro pesava molti chili e dentro quell’armatura occorreva muoversi menando grandi colpi di lancia e di spada. Con quell’armatura bisognava cavalcare giornate intere. Il piccolo Emanuele Filiberto era invece mingherlino. Sembrava senza sangue. Il duca di Savoia diceva: ne faremo un cardinale. Gli fece un vestito color rosso e tutti alla corte di Torino lo chiamavano: “Il cardinalino”. Ma Emanuele Filiberto, se aveva muscoli di bambagia, aveva però una volontà di ferro. Non si arrese alla sua sorte di bambino malaticcio. Ogni giorno si esercitò nelle armi. Cavalcava ore ed ore. “Siete stanco altezza?” gli chiedevano i cortigiani. Egli si sentiva a pezzi, ma serrava le mascelle e rispondeva “No”. Dormiva in terra per indurire le membra. Sfidava sole e gelo. Diventò così resistente a ogni fatica. Allora gli cambiarono nomignolo e lo chiamarono: “Testa di ferro”. Era infatti tenace e ardito. Sullo scudo crociato della sua famiglia scrisse questo motto: “Ardisci e spera”. Presto la fama di questo principe dalla volontà di ferro si sparse tra i soldati, che lo seguivano volentieri, perché non era un comandante poltrone. Sempre primo dove era il pericolo, sempre avanti ai più coraggiosi. “Testa di ferro” diventò il comandante dell’esercito spagnolo. E fu lui, il gracile ma tenace principe sabaudo che vinse i francesi nella battaglia di San Quintino. Tornato a Torino, “Testa di Ferro” riordinò il proprio Stato e formò in Piemonte un forte e disciplinato esercito, che difese sempre le porte d’Italia dalla parte della Francia. “Volere è sempre potere, agisci e spera”».

 

Don Emilio lesse tutto con molto interesse. Il suo toscano si era spento ancora una volta, così lo sbriciolò insieme al tabacco da pipa e iniziò a fumarla a grandi boccate, provando un immenso piacere. Dopo la lettura di quelle pagine, si chiese chi potesse essere l’autore degli scritti. A suo parere, non poteva che trattarsi del vecchio parroco che gli aveva donato quei libri. Quello che gli era rimasto impresso era che la tenacia e la determinazione dovevano prevalere nella vita di ciascuno. Era notte fonda; depose il libro e gli occhiali sul tavolo e si avviò verso la camera da letto. Sicuramente il sonno avrebbe tardato ad arrivare, perché le emozioni avevano preso il sopravvento.

 

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