Quello che è accaduto in Venezuela, quello che è accaduto realmente, al di là della, molta, fuffa che ci viene ammannita, resta ancora avvolto da una fitta nebbia.
Maduro è nelle mani degli americani. E verrà processato negli States per narco-traffico. Accusa risibile, visto che il Venezuela è assolutamente marginale tra i produttori di cocaina. E tenendo conto che Trump ha appena concesso grazia e liberazione a Noriega. Gran brava persona. Che aveva trasformato il Nicaragua in un centro di produzione e smistamento della coca. Insomma, in uno Stato produttore ed esportatore di droga su scala industriale.

Per altro Trump non si è, assolutamente,vergognato di dire, chiaro e tindo, come l’operazione Maduro, il suo arresto e deportazione, abbia un unico scopo fondamentale. Il controllo del petrolio, di cui il Venezuela è, probabilmente, il massimo potenziale produttore al mondo.
La questione della droga è un paravento che non serve al Presidente americano. Il Venezuela è parte di quel “giardino di casa” cui Washington non intende rinunciare.
L’operazione, si è vantato Trump, è stata sostanzialmente indolore. Anche perché l’esercito venezuelano ha lasciato fare. Chiamandosi completamente fuori. E restando a guardare.
Indolore si fa per dire, visto che si contano almeno ottanta morti da parte venezuelana. Tutti nel seguito di Maduro.

Restano, però, molti lati oscuri. Difficili da decifrare.
Probabilmente, Trump pensa ad una transizione con giunta militare. Subordinata all’autorità statunitense. Il che spiegherebbe la neutralità dei militari e il loro attendismo durante l’intervento statunitense e la cattura di Maduro.
Che non viene dai ranghi dell’esercito come Chavez, ma dai sindacati. E che ha sempre avuto rapporti difficili con le forze armate e i loro vertici.
Di fatto, però, possiamo vedere quello che è avvenuto in Venezuela come la cartina di tornasole di una scena, e sceneggiata, ben più ampia.
E, inoltre, come l’unica autentica novità in una realtà internazionale che possiamo definire stagnante.
Trump ha marcato il territorio. Seminando preoccupazione, quando non terrore, in tutta l’America Latina.

Lula, il presidente brasiliano, ha condannato l’azione americana con parole di fuoco. Appellandosi ai diritti e alle convenzioni internazionali. Colombia ed Ecuador tremano, sentendosi i prossini della lista.
Washington non è disposta ad accettare alcuna deviazione dalla sua linea in America Latina. Anche il Messico, per ora chiuso nel silenzio, appare molto preoccupato.
Gioiscono Argentina e Cile, perfettamente allineate con il Grande Fratello statunitense.
La Russia ha avuto una reazione molto, forse troppo, misurata. Che lascia intendere come Putin intenda sfruttare un accordo con Trump per prendere il controllo di ampie zone dell’Ucraina. E annettersi Donbas e Odessa.
La Cina appare estremamente irritata. Il Venezuela di Maduro rappresentava un, grande, potenziale fornitore di petrolio, del quale l’economia cinese ha fortissimo bisogno.
Le dichiarazioni di Pechino sono state estremamente dure. Ma, appunto, si tratta solo di dichiarazioni. E dovremo aspettare per vedere che accordi commerciali Trump potrà instaurare con Pechino. Accordi ai quali sta, probabilmente, già lavorando.
Il Venezuela, comunque, rappresenta la prima, vera, novità in un panorama, come dicevo, stagnante.
Il segnale che qualcosa si sta muovendo a livello degli equilibri internazionali.
Vedremo, con ogni probabilità, gli sviluppi nei prossimi mesi.