“Vogliamo essere onesti intellettualmente? Io dopo la seconda volta che ho parlato di Covid non sono andato in televisione per tre anni. E nessuno, in quel caso, ha levato scudi”. “Perché quando annullano un concerto a Povia non succede niente?”. Enrico Ruggeri, ovvero le domande scomode a margine della vicenda Tony Effe. Domande inutili, probabilmente, poiché l’ipocrisia del sistema musicale italiano è tale da poter superare senza problemi anche le polemiche di chi sa benissimo che il settore ignora la qualità, prova disgusto per chi non è allineato, cancella il politicamente scorretto.
Dove, per scorretto, non si intende chi canta (beh, canta è eccessivo, blatera è più adatto) testi che invitano alla violenza, meglio se su donne indifese. Perché ciò che conta non è il testo bensì il contesto. E il contesto di Tony Effe, di Fedez, di rapper e trapper è quello giusto. Se fossero intellettuali sarebbero gauche intello, ma considerando il livello di cultura sono semplicemente compagni di complemento, utili per intercettare masse di amorfi smartphone-dipendenti, di giovani privi di futuro ed anche di presente.
Quella che un tempo era “carne da cannone” ed ora è mercato di sbocco per ogni droga.
Dunque i loro idoli non si toccano. E se il sindaco di Roma fa il moralista a scoppio ritardato, ci pensa la TV di stato a rimediare portando – a spese dei contribuenti – Tony Effe, Fedez ed umanità varia sul palco di Sanremo.
Eppure sarebbe facile operare una selezione: se è il festival della canzone, bisognerebbe saper cantare. E buona parte degli amichetti di Carlo Conti resterebbero a casa. Poco importa se la musica è altra cosa. Joseph Pujol, noto come il petomane a fine 800, aveva successo al Moulin Rouge ma non pretendeva di essere invitato all’Olympia. E allora i nuovi eroi degli odiatori della musica si esibiscano pure per il loro pubblico nei palazzetti.
Ma la gauche li vuole sul palco dell’Ariston a spese nostre. E la destra fluida di governo? Muta, terrorizzata, impreparata. Comme d’habitude..

