Certe volte ho voglia di evadere. Di evadere da questo mondo, intendo. Dalla sua “realtà” troppo massiva, opprimente…soffocante. E “realtà” la scrivo tra virgolette, perché non saprei dire s’essa sia davvero concreta. Davvero…reale. Oppure solo un’illusione ottica, una Morgana collettiva…uno stato ipnotico.

 

Perché tutto, oggi, sembra, paradossalmente, “reale”. E tutto, al contempo, è virtuale. Finzione…ma finzione così realistica, opprimente, saturante…da non lasciare (quasi) spazio per il dubbio. Da non concederci, in sostanza, alternative.

E, in realtà, è tutto effimero. Più una suggestione che altro. Ma una suggestione collettiva, che, proprio perché tale, passa per realtà.

Così crediamo vero ciò che ci viene detto dai Media. E condizioniamo a questo la nostra vita. O quello, almeno, che ne resta.

Molto poco, in certi casi. Come hanno dimostrato i lunghi, assurdi, mesi del panico indotto per il COVID. La grande paura immotivata. Eppure…grande. E che, per alcuni, forse molti, non è ancora finita. Più semplicemente, non finirà mai.

 

Ma, oggi, non ho voglia di pensarci. Solo di…evadere. Di sfuggire a questa non realtà…di andare in “più spirabil aere”.

 

Già…ma come? E non è domanda capziosa, funzionale al discorso critico che sembravo aver iniziato a svolgere…è domanda reale. Stringente e costringente.

Come? Come evadere da questa…realtà ipotetica, eppure stringente e costringente più di ogni altra?

 

Certo…ci sarebbero i libri. Nei, lunghi, lunghissimi mesi del COVID, soprattutto della forzata segregazione, sono stati, per me, la salvezza. In terrazza – allora stavo a Roma – guardavo un panorama…beh definirlo desolante sarebbe un eufemismo. Era solitudine…solitudine urbana, indotta. Costringente e costretta. Senza una luce qualsiasi all’orizzonte.

E allora…leggevo.

 

Leggevo di tutto. Romanzi di divagazione, polizieschi, di fantasy, gialli…tutto pur di evadere. Fuggire per un attimo da quel terrazzino dove mi trovavo confinato.

E, poi, opere…più serie. Diciamo così, anche se, in quella situazione, il contenuto contava davvero poco. L’importante era non fare scorrere il tempo – sempre uguale, monotono, lento ed ossessivo – ma, semplicemente, ignorarlo. Fingere che non ci fosse. Che fosse solo chimera. Un’illusione indotta e astratta.

Poi, naturalmente, avevo mio figlio. Che era ancora bambino, allora. E giocavo con lui. Lo cercavo di…distrarre. Perché non avesse paura. Perché non fosse infettato dall’unico morbo reale che saturava tutto e tutti. La paura. Del nulla, in buona sostanza. Irreale. Ma maledettamente concreta e costringente.

 

Cose passate, si dirà…perché stare a rivangarle, ora?

Passate…ne siete proprio sicuri? Perché da quello, e quelli, che vedo in giro…beh, mi vengono molti, moltissimi dubbi…

 

Cosa fatta capo ha, comunque.

E a me resta il problema iniziale. Come evadere da questa, vera o presunta (più facilmente, presunta e indotta) realtà?

 

Non sono più a Roma. Ho lasciato la Città (con la maiuscola) per un borgo di mezza montagna. Con mio figlio, che non è più bambino.

Qui, il silenzio mi avvolge , ancora in un modo che mi appare strano. Totalizzante, dopo una cert’ora di sera.

E il silenzio, esteriore e interiore, è già una gran cosa. Ti permette…di startene solo. E assaporare ciò che la solitudine dona.

Il vento, innanzi tutto. Che, qui, è quasi sempre presente. Anche nel periodo estivo più caldo. Che, per altro, dura al massimo due settimane.

E, poi, la pioggia. Che anche nel periodo estivo ti sorprende. Ed è rinfrescante stare in terrazza, la grande terrazza della vecchia casa, e lasciarsi infradiciare un po’ dall’acqua che cade…

 

E, poi, in inverno la neve. Oddio, non che ne abbia vista poi molta…appena un paio di settimane. E qualche spruzzata occasionale.

Però, intorno è nevicato. E fitto. Bastava fare un trecento, quattrocento metri in su, e la si trovava. La neve. Fitta, silenziosa e silente. Ovatta ogni cosa. Rende tutto…ma sì, usiamo “magico”. Anche se è espressione retorica. Ma non saprei come altrimenti definirla. Questa neve che ti sorprende. Circonda. E rende tutto… diverso.

 

Ecco, diverso. È l’unica espressione che mi viene. L’unica che, in modo pur vago, rende la sensazione che ho, oggi, della vita. Ed è una sensazione intensa, vivida, tanto da non poter essere spiegata.

 

Non ho bisogno più di libri…anche se continuo a leggere, e molto. Non ho bisogno più, soprattutto, di cercare evasione da una qualche, vera o presunta, realtà che mi opprime.

 

Mi basta recarmi in terrazza la sera. Respirare il vento.

Condividi

Trending posts

Leggi anche