Evola, guerriero dello spirito nel grande saggio di Scarabelli

11 Settembre 2024

VITA AVVENTUROSA DI JULIUS EVOLA – UNA BIOGRAFIA, DI ANDREA SCARABELLI, BIETTI, MILANO, 2024, P. 737. EURO 39

 

 

Qualcuno finalmente è riuscito a scrivere la prima biografia, seria e documentata, di Julius Evola: questa sarebbe già una bella notizia perché il personaggio in questione, appunto Evola, comporta notevoli difficoltà sia nella trattazione dell’argomento, sia nelle conseguenze per nulla scontate e positive che tale opera causerà nei confronti di Andrea Scarabelli, già noto per alcuni suoi contributi sull’autore e sull’ambiente del tradizionalismo italiano.

Il volume, di ben 737 pagine, edito da Bietti di Milano, intende descrivere e sottolineare la “vita avventurosa di Julius Evola”, come il titolo recita giustamente e su questo non ci possono essere dubbi di forzature perché la vita di Evola è stata oggettivamente non solo avventurosa ma anche completamente al di fuori di tutti gli schemi che solitamente vengono usati per catalogare e magari tentare di “comprendere” (?) gli intellettuali in Italia, ma anche nell’Occidente.

Ancora: qualcuno ha osservato che il volume è troppo grande e che il lettore rischia di perdersi tra le molteplici vicende, spesso strane ed eterogenee rispetto a quelle che solitamente coinvolgono un intellettuale “normale”; secondo noi è però vero l’opposto: la complessità delle vicende che hanno visto protagonista Evola in ambienti diversissimi e ben poco omologabili anche rispetto al “politicamente corretto” del Novecento non poteva essere rappresentata in un minor numero di pagine, al contrario qui lo Scarabelli è stato bravo a sintetizzare, perché se avesse voluto analizzare a fondo l’intero materiale sarebbe stato costretto a seguire la strada che intraprese Renzo De Felice con la sua monumentale biografia di Mussolini.

Esagero? Facciamo qualche considerazione: Evola è stato uno dei più importanti esponenti dell’avanguardia dada d’Europa, sicuramente il più importante in Italia, dopo essere stato un pittore futurista valente, poi è stato uno dei più importanti esponenti italiani ed europei del neospiritualismo magico degli anni Venti, oltre ad essere un riconosciuto esponente dell’ultimo idealismo “magico” in Occidente, quindi è diventato il più grande esponente europeo, assieme a René Guénon, del tradizionalismo novecentesco, inoltre nell’Italia fascista, protetto dal gerarca Roberto Farinacci, è stato il capo di una corrente culturale e metapolitica che intendeva rettificare il Regime in senso spiritualista e tradizionale sino alla fine della guerra; non basta, perché Evola è stato anche uno dei più importanti rappresentanti italiani della Rivoluzione Conservatrice europea e qui mi fermo.

Infatti si potrebbe poi aggiungere che, dopo il 1945, Evola è stato il principale punto di riferimento italiano ed europeo della cultura tradizionale, in particolare dopo la morte del Guénon nel 1950, ma non bisogna nemmeno dimenticare la sua opera di traduttore di opere della rivoluzione conservatrice in Italia e il suo ruolo di “maestro” dell’esoterismo novecentesco dal gruppo di UR (nel 1927-29) alle pubblicazioni delle Mediterranee nella collana Orizzonti dello Spirito: e questo tralasciando le vicende strettamente personali, la sua brillante carriera di scalatore e alpinista oltre le mille collaborazioni alle testate italiane ed europee, che pure lo Scarabelli descrive.

Non si può dunque racchiudere un fastoso affresco esistenziale in un francobollo da impiegato delle poste, e con tutto il rispetto per gli impiegati delle poste tra i quali c’era la stessa madre di Evola, mentre il padre sembra che esercitasse la mansione di meccanico nelle ferrovie statali: il Barone Evola era dunque un appellativo che il giovane Julius si era guadagnato negli ambienti effervescenti del dadaismo dei primi anni Venti, a cagione del proprio carattere, del portamento interiore e dello stile aristocratico che lo evidenzierà sempre.

Dall’ottima opera dello Scarabelli si comprendono poi molte cose: in particolare come la sua indole di aristocrate dello spirito lo abbia messo sempre in pericolo non solo dalle masse popolari, che nel Novecento sono passate dal socialismo rivoluzionario del Biennio Rosso (1919-20) al nazionalismo fascista, quindi all’antifascismo democratico e socialcomunista, ma ovviamente anche dalle varie polizie dello Stato.

Così scopriamo che durante il regime fascista l’OVRA e la polizia fascista lo controllavano costantemente per le sue posizioni anti-cristiane, per le idee sull’esoterismo (che per i cattolici era satanismo…) e persino per la sua concezione del razzismo spiritualista, non in linea con quella professata dal Regime e appoggiata discretamente dalla chiesa cattolica. La cosa si ripete poi con la repubblica democratica che lo controlla continuamente e per poco lo schiaffa persino in galera con l’accusa di essere stato il cattivo maestro di qualche giovane scalmanato, reduce della Repubblica Sociale, in un paradossale tentativo di ricostituzione del Fascismo: è vero che tutto finì in una bolla di sapone, ma in compenso Evola da allora fu trasformato nel teorico del razzismo fascista e in una specie di mostro nero che doveva essere cercato addirittura alle radici del terrorismo.

Proprio lui, Evola, l’aristocrate che in quegli anni infuocati (1940-43) aveva tentato di rettificare la concezione del razzismo biologico tedesco e italiano in favore di una visione spirituale dell’uomo, dove le differenze avrebbero dovuto passare dalla personalità, dallo spirito e dall’anima e non dal corpo, come aveva già insegnato il vecchio Platone nella Repubblica: e Mussolini lo aveva addirittura convocato a palazzo Venezia nel 1941, affascinato dalla sua visione del razzismo spirituale e aveva tentato persino di aiutarlo, inutilmente però, perché il Regime e il partito fascista, assieme alla chiesa cattolica, fecero naufragare ogni iniziativa.

Renzo De Felice definì il razzismo spirituale ed esoterico di Evola come una proposta culturale interessante e degna di considerazione, nella sua opera Storia degli ebrei italiani sotto il Fascismo, ma allora si era agli inizi degli anni Sessanta e il politicamente corretto del tempo permetteva ancora che l’intelligenza e la cultura avessero una adeguata udienza almeno nelle alte sedi accademiche.

La ricostruzione dello Scarabelli ci illumina poi in un altro aspetto della personalità di Evola: la sua anima di filosofo e guerriero dello spirito, per usare ancora il lessico di Platone, lo portava all’impegno in questo mondo, quindi la politica, la cultura, la società, ma anche alla dimensione del Trascendente, dunque all’ascesi delle vette alpine, nel silenzio dei ghiacciai eterni, ma anche nell’essere sempre completamente al di fuori e al di sopra delle normalità quotidiane borghesi in cui dovette comunque vivere e sopravvivere.

Da qui il suo frequentare sin dagli anni venti i locali notturni più trasgressivi delle capitali europee assieme ad alcune abbazie benedettine in cerca di rotture del livello di normalità, in cerca di fessure e fratture della rappresentazione della normalità borghese eterna, seguendo sempre un lucido e controllato deragliamento del sentire e del volere con l’obiettivo di confermarsi libero e sovrano, seppure in questo mondo e in questa dimensione.

In questa sua avventurosa e pericolosa “cerca” di una dimensione che si aprisse realmente alla dimensione trascendente si colloca anche l’esperienza del celebre incidente di Vienna, nel gennaio del 1945, nell’infuriare del crepuscolo del Terzo Reich, durante un bombardamento che lo ferì gravemente alla spina dorsale in una specie di sfida al Destino o agli Dei: qui lo Scarabelli ci svela che le condizioni di Evola furono peggiorate alquanto da interventi medici inadeguati, ma ci racconta anche che in realtà Evola poteva ancora talvolta camminare e muoversi molto più di quanto si sapeva e in questa ottica prende una luce diversa la testimonianza di alcuni suoi amici (Colazza, Scaligero e Filippani Ronconi) secondo la quale al tradizionalista romano non importasse molto “operare” sul piano “sottile”, come avrebbe saputo fare, per uscire definitivamente dalla propria condizione di paralisi delle gambe.

Alla fine della lettura di quest’opera resta il senso possente e arioso di una biografia intellettuale e spirituale straordinaria, perché Evola, al di là dei suoi numerosissimi denigratori pseudo-intellettuali, rimane comunque uno degli intellettuali più importanti d’Italia e di questa scardinata Europa del Novecento mentre il ciabattare sguaiato dei tanti miserabili scribacchiatori, che spesso nemmeno lo comprendono, nulla può togliere alla sua luce accecante, appunto come quella dei ghiacciai in una giornata di sole.

 

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