Le elezioni regionali si avvicinano in Piemonte, ma potrebbe essere qualsiasi altra regione. Perché la logica perversa dei candidati è identica ovunque. Appena le liste sono pronte, i candidati si affacciano con il loro faccione sui manifesti di ogni città. Faccione e nome, qualche volta uno slogan di impressionante banalità, spesso neppure quello. Solo nome e faccione.
Che, ovviamente, non dicono assolutamente nulla alla stragrande maggioranza dei passanti, degli automobilisti, dei passeggeri sui mezzi pubblici che osservano dal finestrino. Perché mai un comune cittadino dovrebbe conoscere nome e volto di un rappresentante di un’associazione di medici, di farmacisti, di infermieri? Perché dovrebbe sentire una improvvisa passione politica per una professionista, magari bravissima come avvocato o come ingegnere, di cui non sa niente di niente?
Bisogna anche capirli, i candidati, soprattutto quelli alla prima esperienza. Privi di un passato politico, privi di un programma, privi di un’idea: cosa mai possono fare per convincere un passante a scrivere il loro nome sulla scheda? In passato c’erano le TV private che avevano un seguito decente. E anche il dibattito locale poteva avere senso. Altri preferivano presentarsi ai mercati rionali per tentare di scambiare qualche parola con chi stava facendo la spesa.
Ma oggi? Gli aperitivi elettorali costano troppo o si riducono a qualche pezzo di focaccia surgelata che rischia di essere controproducente. Peggio ancora, in termini economici, per pranzi e cene. E allora il candidato sfigato, quello che si illude ma non ha chance di successo, viene convinto a sprecare soldi per i soliti manifesti. Almeno, tornando a casa, troverà moglie e figli che gli racconteranno di aver visto i manifesti vandalizzati in qualche quartiere della città.
