Facile dire… jihad

30 Marzo 2024

 

 

L’attentato del Crocus, a Mosca, ha riportato l’attenzione sui jihadisti. Attenzione distratta, negli ultimi tempi, da troppe cose. Facendo passare nel dimenticatoio quelli che, per molti anni, avevano rappresentato lo spauracchio che agitava i sonni, torpidamente compiaciuti, del nostro mondo.

 

È stata l’Isis! È stata la jihad islamica!

Sono tornati!

E avanti su questo tono…

 

Ora, prescindendo dalle ragioni di questo, improvviso, ritorno di attenzioni mediatiche sull’Isis (ragioni delle quali già abbiamo parlato) mi sembra che sia opportuno, anzi necessario, fare alcune osservazioni.

Osservazioni elementari, quasi banali. Ma che, chissà, perché?, vengono quasi sempre… ignorate dai “grandi esperti” che si esibiscono nel Circo Barnum dei Media.

 

In primo luogo quello jihadista è un universo molti complesso. Non un blocco monolitico, ma una nebulosa attraversata da contraddizioni e contrapposizioni. Anche sanguinose. Anzi, estremamente violente.

 

Facciamo solo un esempio. Hamas è un movimento jihadista. Che condivide l’ideologia delle frange più estreme dei Fratelli Musulmani. A loro volta una realtà dai molti volti.

Ma Hamas è stata sempre avversa al progetto (diciamo così) del Califfato Islamico. Tant’è che ha espulso i gruppi affiliati all’Isis dalla Striscia di Gaza. E lo ha fatto armi alla mano.

 

Questo spiega, tra le righe, perché l’Isis, al di là dei proclami truculenti, mai ha veramente minacciato Israele. Il principio demoniaco “i nemici dei miei nemici, sono miei amici” vale, in fondo, per spiegare anche alcune dinamiche interne all’universo jihadista.

 

Lo stesso dicasi per l’Isis del Khorasan. Dalla quale sembra provenga la manovalanza dell’attentato di Mosca.

Questa avrebbe il suo centro in una regione che comprende alcune valli afghane. Ma i suoi nemici giurati non sono i russi o gli occidentali. Sono i Talebani al governo a Kabul.

Con i quali la lotta è strenua.

 

E non dimentichiamo il Maghreb e l’Africa sub-sahariana. Dove lo scontro tra i gruppi affiliati e/o ispirati dall’Isis e quelli, invece, legati ad al-Quaeda è ormai storico. E cancrenoso.

 

Non si tratta solo di lotte per la supremazia, o di contrasti tribali. Che pure tali conflitti nutrono. L’Isis presenta una visione ideologica del jihad particolarmente estrema. Che evoca i fantasmi dell’antica setta dei Kharigiti. E che la porta ad agire, con estrema violenza, in primo luogo contro gli altri mussulmani. Considerati, tutti, come eretici ed impuri.

 

Ma non è qui il luogo per discutere delle teologie jihadiste.

Quelli che vorrei mettere in rilievo è, piuttosto, che una tale, contraddittoria, complessità, si presta a molti… usi. A molte strumentalizzazioni, al servizio di interessi diversi. E che con l’Islam ben poco, o nulla, hanno a che fare.

 

In Siria, ad esempio, gruppi jihadisti, alcuni derivati dall’Isis, hanno costituito il nerbo della rivolta armata contro Assad. E ancora ne rappresentano la principale forza. Con buona pace dei deliri giornalistici su ipotetici “ribelli democratici”

 

È, tuttavia, abbastanza chiaro che la rivolta siriana è stata, come tutte le Primavere Arabe, promossa da interessi e forze estranee al mondo arabo. E all’orbe islamico.

Rivelando strane sinergie, sospette connivenze, fra frange del jihadismo e… beh diciamo poteri e potenze del mondo democratico.

 

Quindi c’è poco da stupirsi per questo ritorno, vero o presunto, sulla scena internazionale dell’Isis. O di altre sigle della nebulosa jihadista.

Piuttosto, dovremmo chiederci perché continuano ad esistere. A chi servono e chi se ne serve.

Un domanda difficile da porre. Anche perché nessuno, proprio nessuno tra i diversi attori geopolitici, può ritenersi innocente.

Insomma, ancora una volta, il più pulito c’ha la rogna.

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