Favola e realtà

18 Settembre 2024

 

Vladimir Putin è irato. O, se preferite un linguaggio più corrente, molto, ma molto arrabbiato. E la sua collera ha delle ragioni ben precise, non si fonda solo sulla sua “natura di tiranno”, come vorrebbe una certa vulgata nostra.

 

Anche perché tiranno, Putin non è. Bensì un presidente eletto da tutte le Russie, secondo i criteri di democrazia che laggiù – o lassù, se preferite – vigono…

Democrazia per modo di dire, mi dite?

Può essere, certo. Tuttavia faccio presente che nella nostra, democraticissima, Italia il Governo Meloni, con tutti i suoi difetti, è il primo prodotto da un risultato elettorale. Dopo molti, troppi anni di “governi tecnici” che nessuno, proprio nessuno, aveva avuto la ventura di votare.

 

E ricordo, inoltre, che la candidata democratica statunitense, Kamala Harris, che tanto piace ai nostri Media e commentatori, non è stata mai votata da nessuno. Semplicemente scelta da alcuni, pochi ma influenti, sostenitori, e messa lì a contendere il posto a Donald Trump. L’elettorato democratico ridotto, semplicemente, ad un’assemblea ossequiosa e osannante.

Quindi…

 

Quindi, Putin è, per i criteri russi, un presidente regolarmente eletto. E che, per altro, non gode di poteri assoluti, ma si deve giostrare tra forze e gruppi che lo sostengono.

Cercando, soprattutto, di mediare. Tra coloro che vorrebbero, decisamente, la guerra con il, nostro Occidente Collettivo, ovvero anglosfera e vassalli europei, e coloro che, invece, cercano una mediazione. O, per lo meno, un modus vivendi che eviti lo scontro frontale.

 

Solo che a voler evitare una guerra diretta bisogna essere in due. E questo, oggi come oggi, non appare. Perché, al contrario, da parte Occidentale si sta facendo proprio di tutto per trascinare la Russia, e quindi il mondo intero, in uno scontro frontale e diretto.

Perché i segnali sono chiari. I russi si sono impegnati in Ucraina obtorto collo. Costretti dalla pressione che questa esercitava sulla minoranza russofona, che è, poi, circa il 90% della popolazione del Donbas. Russa da sempre, fino al 1920, quando Lenin decise di trasferirla all’Ucraina per bilanciare una società agricola per la maggioranza conservatrice e zarista… Ma questa è storia. Storia. Non opinione.

 

È cronaca recente, invece, il fatto che Mosca sia intervenuta in Donbas con un’operazione mirata, dopo anni di inutili tentativi di trattativa con Kiev. Dopo che, cacciato Yanukovich, vi si sono insediati governi non eletti, come quello di Podhorenskij, o di dubbia legittimità democratica, come l’attuale di Zelensky. E, comunque, protesi più a fare gli interessi di finanziarie internazionali che quelli del loro paese. Che, in questi anni, ha visto l’esodo, ovvero la fuga, di quasi la metà della popolazione.

E anche questi, spiace dirlo, sono puri e semplici fatti. Non illazioni di parte.

Comunque, la guerra è continuata, e continua, per la costante presenza occidentale. Che finanzia Zelensky e lo arma per continuare artificiosamente a tenere impegnata la Russia in Donbas.

Mentre Mosca ha finto di non vedere i “mercenari” e i ” consulenti” occidentali impegnati a migliaia.

Finzione dovuta alla volontà di arrivare, alla fin fine, ad un accordo. O, per lo meno, ad evitare una dilatazione del conflitto.

 

Ma le cose stanno, rapidamente e radicalmente, cambiando.

La volontà di Washington e Londra di permettere a Zelensky di utilizzare missili a lungo raggio contro la Russia, non può venire presa sottogamba da Putin.

Indipendentemente dal fatto che questi armamenti verrebbero forniti non dagli Stati Uniti direttamente, ma dagli alleati, ovvero vassalli, europei.

Altro elemento che mi sembra di non trascurabile importanza. E del quale, invece, praticamente, qui da noi, non si fa cenno alcuno.

 

E, a questo punto, è palese che, in Russia, la bilancia degli equilibri interni sta facendo pesare maggiormente l’ala militare. Che non vede alternativa allo scontro diretto. Ovvero ad una nuova guerra mondiale.

I cui limiti e portata nessuno, in questo momento, può anche solo azzardarsi a prevedere.

Per cui è, purtroppo, prevedibile che l’ira, a stento contenuta, di Putin prepari il disastro. Sia il segnale che, a Mosca, sta avendo la meglio quella quella parte dell’establishment che non vede, ormai, altra soluzione che uno scontro esplicito e frontale. E lo stesso Putin, sino ad ora paradossale elemento di mediazione, deve, necessariamente, concordare su questo.

 

Ma di queste alchimie, complesse e delicate, noi, pubblico più che opinione pubblica occidentale, non veniamo informati.

L’unica cosa che ci viene raccontata è la fola del lupo cattivo, Putin, e della povera, buona, coraggiosa Cappuccetto Rosso. Zelensky e l’Ucraina.

Ce la beviamo. E andiamo incontro al disastro inconsapevoli e, assurdamente, distratti.

 

Un risveglio, quanto mai opportuno, appare, purtroppo, molto, troppo lontano.

 

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