È il periodo più freddo e più buio dell’anno… sì, Direttore, lo so, lo ho già detto. Mi ripeto. Ma, vedi, in sere come questa, nonostante il prolungarsi progressivo delle ore di luce, mi assalgono… strani ricordi. Strani perché non sono miei, non frammenti del mio vissuto personale. Ricordi più antichi. Atavici, direi. Frammenti anch’essi, ma di una sorta di memoria corale… qualcosa che mi viene da un passato remoto.
E allora… allora mi vengono in mente… i filò.
Già, proprio quella vecchia usanza contadina – delle nostre campagne, certo, ma che trova corrispondenze un po’ in tutta Europa e anche altrove – di riunirsi, in sere come queste, accanto al fuoco. O nelle stalle, per stare al caldo insieme agli animali. E raccontare… Storie.
Storie senza autore. Tramandate attraverso le generazioni. I secoli. Con radici antichissime, e via via, però, modificate, passando da narratore a narratore. Storie non letterarie. Anche se, poi, hanno trovato trascrizione letteraria, più o meno recente. E le Fiabe dei Grimm ne sono pur sempre il massimo esempio.
Tuttavia, quando vengono scritte, fissate sulla pagina, perdono vita. Vengono cristallizzate. Congelate. Divengono materia per studiosi e filologi. Non hanno più la loro funzione originaria.
E quando, poi, vengono reinterpretate da autori moderni, o addirittura reinventate… beh, come si suol dire, peggio mi sento. Nulla contro le invenzioni di Rodari. O quelle di Calvino. Ma non sono fiabe. Racconti, storie, narrativa. Letteratura. Ma fiabe no. E questo genera un fraintendimento. Che arriva sino al ridicolo di pretendere di attualizzare, rendere politicamente corrette, le fiabe vere. Quelle antiche. Tanto antiche da perdersi, attraverso un’ininterrotta catena di tradizione orale, nella notte dei tempi. In quella che chiamiamo preistoria. Perché precedente la storia scritta. E della quale le fiabe sono, probabilmente, l’ultimo lascito culturale.
Le fiabe, quelle vere, non hanno tempo. E neppure spazio reale. “C’era una volta in un regno lontano…” ed altre espressioni formulari di questo tipo, significano proprio questo. Tempo e spazio al di fuori della dimensione che noi consideriamo reale.
Ma non ho nessuna intenzione di mettermi a giocare con le categorie e morfologia della fiaba di Propp.
È già stato scritto molto sul tema. Forse troppo.
A me interessa il Filò. Ovvero l’immagine di donne e uomini riuniti attorno al fuoco in una notte d’inverno. Una notte come questa, con il vento gelido che soffia fuori dalla stalla. O dalla grotta che serve da dimora e rifugio.
Nel silenzio, si intrecciano ceste di vimini. Si restaurano e affilano strumenti di lavoro, e, forse, anche armi. Si fila e si tesse. Gesti antichi.
Solo una voce che racconta. Femminile. Perché la tradizione delle fiabe è patrimonio, e compito, delle donne. Soprattutto delle vecchie. La Madri. Agli uomini, invece, i canti epici, le storie di caccia e di guerra durante i banchetti. Ma sono le Madri che governano il Filò.
La narrazione è mnemonica. Con frequenti ripetizioni ed espressioni formulari. La voce della narratrice è profonda, sfumata. Ha un potere magico. La letteratura fantasy moderna, ad esempio il “Ciclo di Dune”, ha ripreso e rivisitato questo tema.
Talvolta mi è stato chiesto perché parli spesso delle fiabe, ma mai mi sono cimentato nello scriverne.
Ammesso, e assolutamente non concesso, che ne avessi la capacità, non sarebbero… fiabe. Solo raccontini, che imitano la fiaba. Inevitabilmente male.
Però mi piacerebbe… mi piacerebbe, almeno per una volta, sedere accanto al fuoco. Nel tepore emanato dagli animali e dagli uomini.
E ascoltare una voce di vecchia, una voce senza tempo dire:
C’era una volta…
Mi basterebbe una volta. Una volta sola. Darebbe senso a moltissime cose…

