Quando entrai nella chiesa del paesello della Valsusa in cui ero cresciuto mi resi conto che dentro c’era mezza classe del liceo. Era morto un noto e amato professore della mia vecchia scuola e visto che c’è ancora qualcuno che ha la decenza di prestare omaggio al lavoro più importante di tutti, la chiesa era piena. Mancavano due giorni all’inizio di Sanremo e quando ci pensai mi venne da sorridere perché ricordai una battuta del mio vecchio defunto professore: “Quando morirò, ragazzi, per favore non fate scrivere sulla lapide né il nome né la data ma solo: NON GUARDÒ MAI IL FESTIVAL DI SANREMO”.
Era il nostro mentore. Le sue parole e la sua conoscenza erano un faro nelle vite tenebrose e incerte di ragazzi alla presa con la vita. La sua morte ci ha fatto sentire tutti più soli. Ma mi ha fatto anche riflettere molto su cosa oggi consideriamo essere un intellettuale. Qualche mese fa, il mio caro e venerato amico Gialoq mi diceva “Fede dovresti scrivere un articolo sul ruolo dell’ intellettuale perché sarebbe interessante capire come la vedi la questione di Zerocalcare”.
All’epoca Zerocalcare aveva disertato il Lucca Comics per protesta contro l’appoggio della (mi pare) ambasciata di Israele alla rassegna toscana. Ne era sorto un polemicone con i soliti due insopportabili schieramenti: quelli che gli intellettuali di sinistra li odiano (tipo Giordano o Cruciani) e quelli che se non sei un (presunto) intellettuale di sinistra ti odiano (tipo TUTTI i lettori della Murgia o quel tipo, toscano pure lui, che faceva i monologhi banali a Propaganda Live e che fa pure il teatro). Se ne era parlato per qualche settimana ma la vicenda non mi aveva appassionato così tanto. Infatti avevo liquidato Giancarlo con una mezza provocazione: “Ma Gialoq, è molto più influente Sfera Ebbasta di Zerocalcare, dovresti ascoltarti la trap altro che capire le ragioni di un fumettista di Roma”.
Lui aveva riso e fatto sta che eravamo rimasti nel suo salotto a Roma ad ascoltare mezza discografia della Dark Polo Gang, perché io dico sempre che non puoi lavorare nel mondo della cultura senza conoscere il più grande fenomeno della cultura contemporanea che è l’hip hop. Non ne avevamo più parlato di sta cosa del ruolo dell’ intellettuale, il discorso morì lì e io non scrissi niente, ma poi morì il mio professore, venne Sanremo con le sue polemiche su Ghali e Geolier e il discorso ha preso una dimensione che a un tratto ha iniziato a interessarmi.
Quando si parla di intellettuali, innanzitutto bisogna provare a descrivere cosa intendiamo per intellettuale. Per me, per esempio, un intellettuale è una persona che lavora con il proprio intelletto e ha una qualche forma di influenza sulla propria comunità di riferimento. Zerocalcare è un intellettuale perché con i suoi fumetti ci fa i soldi e ci paga il mutuo ma pure perché con i suoi disegni (ma non solo, pure con le interviste, le iniziative, i post eccetera) manda un messaggio, ha una visione del mondo e te la racconta. Tu puoi essere d’accordo o meno ma lui ce l’ha e quindi impone una qualche forma di influenza sulla sua comunità di lettori e colleghi. Ma allora pure Geolier è un intellettuale! Perché pure lui guadagna (infinitamente di più di Zerocalcare) dal suo intelletto con le sue rime e pure lui ha un’influenza (infinitamente più grande di Zerocalcare) sul suo pubblico e sui suoi colleghi. Eppure perché abbiamo più facilità a considerare più intellettuale Zerocalcare di Geolier?
Allora le ragioni sono diverse e non c’entrano nulla con la qualità dell’output editoriale/artistico degli artisti presi in considerazione. Non voglio dilungarmi sulla qualità musicale di Geolier (o di Ghali o di Sfera) per due ragioni: 1. I numeri parlano da soli, commentarli è pleonastico oppure stupido; 2. Se la critica capisse le avanguardie quest’ultime non esisterebbero e gli impressionisti non si chiamerebbero così.
Voglio piuttosto riflettere sulle provenienze e sulle validazioni sociali che consentono a uno di essere “l’ultimo degli intellettuali” mentre all’altro un ragazzo “tamarro” (come lo ha definito uno scrittorino che insegna alla Holden, il che per quanto mi riguarda è tutto-dire) di Secondigliano, che la finale di Sanremo al massimo la poteva “rubare”.
Innanzitutto c’è un tema di riconoscimento: per essere un intellettuale devi essere riconosciuto dagli altri intellettuali come tale. Zerocalcare, sia per provenienza (il bro è di Roma, già lo sai…) sia per contenuti (e la guerra in Siria e i centri sociali e daje Bologna) è adiacente alla comunità radical di sinistra che da 50 anni a questa parte decide cosa è “contro cultura” (anche se son diventati tutti editori) e cosa invece è “mainstream”. Zerocalcare parla alla cultura istituzionalizzata che vive in ZTL ma c’ha i figli che vanno al centro sociale.
La crudele verità è che Zerocalcare parla ai ricchi, ai figli delle famiglie bene. Il dialetto romano ti fa empatizzare e te lo fa sembrare più “accessibile” ma la pretesa è intellettuale, esce in Feltrinelli, lo guardano pure le mamme che frequentano i book club e alla fine si atteggia pure da sfigato che si vergogna del successo che ha fatto (lo dice chiaramente nelle ultime serie). E questo ultimo aspetto, la vergogna, è fondamentale per essere riconosciuto e accettato dalla community radical di sinistra. Ti devi vergognare dei soldi che fai. Parlarne è ritenuto volgarissimo. Voi ve la riuscite a immaginare una cosa più classista? Io no. Infatti Zerocalcare non ne parla mai e al massimo ne parla per lamentarsene con gli amici che non ce l’hanno fatta. Come se uscire dalla “merda” fosse una colpa. Colpa che infatti Geolier, che è di Secondigliano, uno dei quartieri più difficili di Napoli, non ha mica. Però, ecco, Geolier non fa il fumettista, fa il rapper (checché ne vogliate sapere nel 2024 vuol dire fare il poeta ma che ve lo dico a fare) e quindi il suo pubblico naturale non sono gli studenti privilegiati di scienze politiche a Bologna ma i ragazzini come lui, di Secondigliano che nella vita possono scegliere poche cose: se studiare, spacciare oppure se provare a svoltare con il calcio, con la musica o con qualche altro sogno da televisione.
Ci straniamo spesso ascoltando il linguaggio dei rapper che è spesso fatto di ostentazioni e riferimenti alla violenza dei quartieri o della microcriminalità delle periferie ma nella nostra fretta di ergerci a giudici morali di chi è nato più povero di noi dimentichiamo che l’arte non deve educare, deve descrivere. Sapete chi faceva coincidere l’arte con messaggi educativi e didascalici? Goebbels. Non il mio ideale di cultura libera, insomma. Eppure qui siamo alla perenne ricerca di artisti che portino con sé anche un qualche messaggio morale che sia socialmente accettato da una certa cerchia di persone, che i messaggi morali li certifica come accettabili o meno. E quindi fa benissimo Ghali a sfruttare la piattaforma Sanremo per parlare di genocidio, dopo aver cantato la sua canzoncina; e siamo tutti contenti che Fabio Fazio benedica il cursus honorum dello stesso Ghali a candidato del PD per le europee di chissà quale anno ma ci rendiamo anche conto che le regole di “certificazione dell’intellettuale” non possono variare dal dialetto che si parla o dai conduttori che ti invitano.
Ghali viene considerato dal Time una delle 100 persone più influenti a plasmare un nuovo mondo ma questo cosa vuol dire? Che ha più influenza di Geolier, o di Sfera Ebbasta (il rapper più ascoltato d’Europa dopo Central Cee)? Oppure che la sua retorica coincide ed è compatibile con la narrazione di chi vuole arrogarsi il potere di scegliere chi è intellettuale e chi no, cosa è cultura e cosa non lo è.
Penso ci sia un tema – vecchio quanto Nietzsche – secondo cui gli schiavi, i poveri, le classi sociali con meno risorse economiche (e quindi culturali) sentano la naturale necessità di volersi accreditare agli occhi delle classi che le opprimono. Questo insito senso di inferiorità sociale e culturale fa sì che tendenzialmente siamo portati a guardare il reddito (o il tasso di scolarizzazione) del pubblico del suddetto lavoratore dell’intelletto. E in base a quello, valutarne il grado di “intellettualità”. Se il tuo pubblico ha le lauree e fa gli Erasmus allora forse sei un intellettuale. Se invece il tuo pubblico ha la quinta elementare, sbarca il lunario e la sua gioia più grande e venirti a urlare “re di Napoli” sotto il balcone alle due di notte anche se il giorno dopo attacca in fabbrica alle 6, allora forse sei solo un rapper che manco riesce a cantare in Italiano.
Pino Daniele aveva la fortuna di piacere ai ricchi e grazie al cielo ora pare l’abbia pure Ghali. Ma se ci dobbiamo chiedere chi è l’intellettuale al giorno d’oggi allora poniamoci la domanda almeno nella maniera più (appunto) intellettualmente corretta: chi vogliamo che sia l’intellettuale al giorno d’oggi? La risposta è ahimè molto più borghese di quanto avremmo sognato quando organizzavamo le manifestazioni al liceo proprio durante le ore di quel nostro professore e non ha nulla a che fare con la cultura o con il valore intellettuale delle cose che leggiamo o ascoltiamo: che sia almeno qualcuno di cui non mi vergognerei se mia figlia ci andasse a cena. O a letto.



