Cari lettori,
oggi vi presento un artista che ha particolarmente attirato la mia attenzione: Giuseppe Barilaro. Giuseppe nasce a Catanzaro nel 1988. Studia presso l’Istituto di Arte di San Giovanni in Fiore e nel 2017 si laurea all’Accademia di Belle Arti della sua città natale. Nel 2012 inizia la sua carriera espositiva e, l’anno seguente, ottiene il riconoscimento del MIUR come miglior allievo in Pittura.
I quadri dell’artista catturano subito gli occhi degli amanti della pittura perché Barilaro usa una tecnica potentissima e di enorme impatto visivo.
Il giovane lavora usando la combustione del materiale acrilico, materia prima che rende, insieme ai colori ad olio unica ed irripetibile la sua pittura.
Si ottiene quasi un effetto “FUOCO” che colpisce nel segno, toccando le corde piu’ viscerali degli spettatori che alle sue mostre rimangono per molto tempo ad ammirare le tele, cercando di capire che messaggio è celato sotto le repentine pennellate dai colori accesi e brillanti.
Ecco la Sua intervista che gentilmente ha deciso di rilasciarmi.
Buona lettura.
B.A Qual è il tuo messaggio? Cosa vuoi comunicare e chi è il tuo interlocutore?
G.B. Ai miei collezionisti, ai miei interlocutori voglio comunicare uno stato di apparente tranquillità, prima vedevo l’arte come un vincolo di protesta o uno scenario di guerra, oggi la mia visione è un po’ cambiata. Vorrei che la mia arte fosse un punto di riflessione su ciò che sta accadendo oggi. Non voglio che faccia parte di un mondo consumistico.
B.A. Che temi affronti e che messaggio vuoi trasmettere attraverso la tua arte?
G.B. Spazio molto con le tematiche, vado dal mondo ecclesiastico alla protesta, gioco con immagini forti e spesso con le figure ludiche, copro e scopro supporti attraverso molte tecniche. Il mio è un punto di riflessione sull’osservazione. Ci siamo mai fermati ad osservare realmente le cose? Ecco, questo è il punto cruciale della mia arte. Non voglio raccontare assolutamente nulla, vorrei si tornare alla riflessione e non alla ricerca economica, se vale, quanto vale, perché vale.
B.A. Che tecnica utilizzi?
G.B. La tecnica che prediligo è il fuoco, lavoro attraverso la combustione mantenendo quel rigore figurativo dalla tecnica classica quale l’olio, l’acrilico ecc. mi piace lacerare, scavare, distruggere e modificare la materia a seconda della tematica che vado ad affrontare.
B.A. Come ti senti quando crei?
G.B. Mi dà un senso di tranquillità. Quando qualcosa nasce da un pensiero diventa bello osservare le fasi della metamorfosi che l’opera compie. È un senso di grazia, ti appaga e ti fa pensare a tante cose. Ogni opera è un bambino che nasce, ogni attimo è diverso, una volta terminato il processo creativo pensi: ecco, quest’opera è mia, racconta il mio pensiero, dice ciò che temo di raccontare, racconta una verità che non conosco e vive in piena autonomia col mondo.
B.A. Qual è il tuo parere sull’arte contemporanea?
G.B. Il mio parere sull’arte contemporanea è molto contrastato tra il passato e il presente. Se per arte contemporanea si intende uno stato dell’arte bel oleato che mira alla vendita, penso che l’arte abbia fallito il suo intendo. Vedo ancora molte cose che personalmente non mi piacciono, trovate che lasciano il tempo che trovano e spot pubblicitari che assecondano il gusto estetico oggi. Arte equivale a filosofia, estetica, pensiero, l’oggetto, il quadro che andiamo a creare ha bisogno di un’anima per essere definito tale. Spesso la parolina (contemporaneità) maschera il senso reale dell’arte e giustifica le trovate che funzionano oggi.
B.A. Qual è l’esperienza che ti ha permesso di crescere maggiormente?
G.B. Creo maggiormente quando leggo, ascolto e gioco. Non ho una risposta a questa domanda, seppur piena di importanza, forse la mia infanzia ha contribuito fortemente a scegliere cosa e come fare arte, il mio stato economico mi ha permesso mi riflettere su alcuni oggetti e non altri, ma non ho un esperienza in particolare, sono cresciuto in un ambiente bello e colorato, seppur oggi non la vedo con gli stessi occhi, devo la mia crescita ad un luogo che ci sottopone a grandi sforzi mentali e fisici per essere notati, forse è questa la mia crescita, aver detto a me stesso “amala ma vai via”.
B.A. Quando ti è stato chiaro che avresti voluto diventare un artista?
G.B. Artista, da sempre, da quando ho capito e imparato a conoscere la mia sensibilità. E’ inevitabile, artisti si diventa capendo di non potersi sottrarre all’impegno che hai con la creatività. La sensibilità la fa da padrona e di punto in bianco la vita cambia. Oltre a questo ovviamente, la figura dell’arte è importante per la società di oggi, l’artista mira a creare ciò che esiste già modificando e togliendo il superfluo, ed io questo lo faccio con naturalezza.
C’è da dire che a questo contribuiscono anche i consensi, gli elogi e le persone che mi stanno accanto, ti circondi di menti eccezionali e comprendi quanto sia bello essere al posto giusto con le persone giuste. Ad esempio: se non fosse stato per l’arte non avrei conosciuto Ottavio Porto, avvocato e collezionista sensibile, amante del bello e della perfezione. Michele Fabiano, ingegnere imprenditore importante che si è innamorato dell’arte avvicinandosi a questo mondo incantato con una passione che lo spinge a voler conoscere meglio i più disparati aspetti dell’arte e del mercato dell’arte. E ovviamente tutti i galleristi e critici con cui quotidianamente dialogo.
B.A. Come nasca la tua arte?
G.B. Da quando gli esperti si sono interessati a me. Lì ho compreso che non è tanto quello che fai, ma come lo fai, ovviamente se il lavoro funziona se ne accorgono prima, ma se non dovesse essere cosi, il tempo dimostrerà quanto realmente vale la ricerca artistica. Io lavoro sempre, dipingo ogni giorno, penso ogni giorno, creo ogni giorno, l’arte è un brand ed io, quando qualcuno si interessa a me, sono pronto. Ma voglio rispondere con professionalità alla domanda. Quando ho compreso di essere diventato un artista? quando ho deciso di dedicare la mia vita a questo lavoro, sono un professionista, compro tele professionali, ho aperto la partita IVA, ho un marchio, un archivio, degli assistenti all’occorrenza, studio i materiali, vado alla ricerca delle cose e so di essere una garanzia per i collezionisti e gli addetti ai lavori. La mia attività non è un giorno alla settimana, non mi sveglio la mattina e dico “oggi faccio un opera” questa parola misura esattamente il livello di professionalità e quanto vale spendere tempo e soldi. Di me si possono fidare, do tutte le garanzie che servono per essere definito un professionista e ovviamente sanno e so che questo lavoro non sarà mai abbandonato.
B.A. Qual è il tuo progetto ancora nel cassetto… e che vuoi o hai in programma di realizzare?
G.B. La mia arte nasce dal fare, quando non sono in studio, disegno, leggo , faccio mille bozze, provo combinazioni diverse e scelgo alla fine cosa è meglio fare e cosa va tolto. Mi diverte miscelare materiali, trovare combinazioni strane e sperimento cose nuove. La mia frase preferita è “l’errore può diventare la pennellata perfetta” ma quando entro nello studio, non sono quella tipologia di artista che prima di lavorare sul supporto fa gli schizzi preparatori, ecc ecc… sono viscerale, distruttivo, impulsivo, odio quando un quadro non si evolve, voglio vederlo finito nell’arco di una giornata. Fisso gli oggetti, li guardo, li inserisco, li tolgo, li taglio, li lacero, do fuoco al quadro e ritorno sul colore infuocato. Non ho una logica, quello che mi serve per lavorare bene è solo il mio studio predisposto in modo chirurgico per creare.
B.A. Riprovo. Qual è il tuo progetto ancora nel cassetto… e che vuoi o hai in programma di realizzare?
G.B. Non voglio girare attorno alla domanda. Ho ancora tanti sogni nel cassetto, il mio sogno è quello di esporre nelle più grandi e prestigiose gallerie del mondo, voglio Gagosian, voglio i musei, voglio l’olimpo dell’arte. Non voglio essere romantico e vivere di retorica, esisti per essere qualcuno, ma per essere qualcuno c’è bisogno che il mondo se ne accorga. Oggi ho raggiunto davvero tanto, lavoro con delle gallerie molto importanti e ci rispettiamo. So che la strada è ancora lunga, arriverò al traguardo.
B.A. Riesci a definire la tua arte in poche parole?
G.B. Riporto le parole che mi hanno spesso colpito. Viscerale, cattiva, distopica. Confermo questi aggettivi, questa è la mia visione dell’arte. Viscerale e reale.

