Gli industriali italiani filo americani e filo israeliani scoprono di essere rovinati senza il Sud globale

30 Luglio 2024

“Puntare sull’internazionalizzazione per riprendere lo sviluppo”. È la ricetta di Fabrizio Cellino, presidente di Api Torino, l’associazione delle piccole e medie imprese, a fronte di una indagine congiunturale che evidenzia un calo, se non un crollo, di tutti i principali indici di produzione, ordini e fatturato. Non proprio una sorpresa per chiunque non abbia tenuto gli occhi ben chiusi da troppo tempo.

Ora, meglio tardi che mai, anche gli imprenditori si sono accorti che “la scarsa incisività delle politiche industriali nazionali” sta distruggendo il sistema industriale. E l’Api spera che la ripresa dei rapporti internazionali possa ovviare al disastro interno. Naturalmente non una parola sui salari da fame che hanno annientato il mercato interno. Non una parola sulla scarsità di investimenti con conseguente riduzione della competitività internazionale.

E non una parola, guarda caso, sulla demenziale politica estera del governo che ha sempre goduto dell’appoggio del mondo imprenditoriale. Ci si è giocati un ruolo con tutti i Paesi del Sud globale perché si è scelto, con il plauso degli imprenditori, di essere i servi sciocchi di Washington e Tel Aviv. Però ora si pretende che i Paesi presi a schiaffi a ripetizione, scelgano le industrie italiane come partner privilegiati.

Cellino non si ricorda l’entusiasmo dei suoi colleghi per Draghi, il genio che accusava Turchia ed Egitto di essere delle dittature? E gli attacchi contro Russia e Cina? Contro buona parte dell’America Latina? Contro i sauditi e gli iraniani?

Adesso, però, bisogna tornare su questi mercati perché le famiglie italiane non possono sostenere un mercato con prezzi folli.

Si vedrà se, dopo le lamentele di routine, Cellino e l’Api avranno il coraggio di investire su una posizione alternativa a quella dei maggiordomi di governo.

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