Guerra di narrazioni

13 Giugno 2024

 

 

Vi sono molti livelli della guerra. Vi è la contrapposizione degli uomini, delle armi…e quella delle narrazioni.

 

E le narrazioni opposte sono…influenti. Non soltanto parole. Ma parole, storie che motivano, spiegano. Colpiscono. Perché le parole sono pietre. Ed armi.

E la guerra, soprattutto quella moderna, è innanzitutto guerra psicologica. Come ha dimostrato il Vietnam. Dove gli USA non furono sconfitti dalle armi nemiche, ma da un crollo dell’opinione pubblica interna. Crollo morale e crollo psicologico.

 

Ora, nel conflitto russo-ucraino si contrappongono due diverse narrazioni di parte. Assolutamente antitetiche e inconciliabili fra loro.

 

Per la parte ucraina, e per la NATO, siamo di fronte ad una aggressione russa, motivata solo dalla volontà di uno spietato dittatore di riconquistare l’Impero che fu dell’URSS.

Aggressione che rappresenta il primo passaggio verso un attacco a tutto l’Occidente. Perché Putin è il nuovo Hitler. Come è stato enfatizzato e proclamato dal pulpito di Normandia. Durante le, fastose, celebrazioni del D Day.

 

Da parte russa, l’Operazione Speciale – ché mai viene usata la parola guerra – è stata resa necessaria dai massacri dei civili russi nel Donbass, ad opera delle milizie naziste di Kiev. Perché Zelenski è un nazista – anche se di famiglia ebraica – e nazisti sono i suoi finanziatori e sostenitori esteri. Come George Soros, ebreo di origine ungherese.

 

In entrambe le narrazioni vi sino alcuni nuclei di verità, tuttavia falsificati da una pletora di menzogne. È vero che la Russia ha invaso l’Ucraina. Ma è anche vero della pulizia etnica in Donbass, e che Kiev aveva totalmente disattesi gli accordi di Minsk. Con l’avvallo di Washington e dell’Occidente Collettivo.

 

In realtà questo conflitto rappresenta solo l’ultimo (per ora) passaggio di una lunga guerra tra Washington e Mosca. Iniziata subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, e il cui primo atto è stato il, cosiddetto, Piano Marshall.

Guerra, per altro, diretta erede del Grande Gioco durato tre secoli tra l’Impero russo e quello britannico. Di cui quello americano è il diretto erede.

 

Il nazismo, Hitler c’entrano meno dei cavoli a merenda. Furono liquidati dai due rivali storici, Mosca e Washington, che vi vedevano una minaccia per i loro interessi e obiettivi.

Per ragioni diverse, ovviamente.

La Russia perché vedeva minacciato dalla crescita ed espansione tedesca il suo primato sull’Eurasia.

Gli States perché consideravano la Germania di Hitler una temibile rivale economica. Capace di escluderli dal mercato europeo.

 

Ma Hitler era cattivo…sì, ma se fosse stato il dittatore del Gabon nessuno si sarebbe scomodato a muovergli guerra.

E la Seconda Guerra Mondiale ci sarebbe stata lo stesso anche se in Germania non vi fosse stato, al potere, il NSDAP.

Ora l’accusa al nemici di essere nazista è reciproca. E, in entrambi i casi, strumentale. Le cause e le finalità del conflitto sono ben altre. E molto più antiche. Tuttavia questa demonizazioe del nemico, attraverso narrazioni contrapposte, rende estremamente difficile una qualche composizione della situazione. Si può trattare la pace con qualcuno a cui si riconoscono ragioni diverse dalle nostre, ma, comunque, ragioni accettabili.

Non con l’incarnazione del Male Assoluto.

 

E, in questo, va riconosciuto che Putin mantiene, con una certa saggezza, due diversi livelli di narrazione.

Uno, più acceso, per mantenere saldo il fronte interno contro “l’aggressione nazista”. Spronandolo alla nuova, grande, Guerra Patriottica.

L’altro, rivolto verso l’esterno, più…diplomatico. Aperto alla trattativa e volto ad evitare lo scontro frontale.

 

Ma sul fronte opposto la narrazione appare pressoché univoca e monolitica. Putin è Hitler. È il Male e va annientato con tutta la Russia. Punto.

 

Non fa sperare in un qualche spiraglio di trattativa.

Almeno per ora.

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