Guerra psicologica

16 Aprile 2024

 

 

L’attacco iraniano ad Israele si è rivelato per quello che doveva essere. Una dimostrazione di forza. E di capacità offensiva. Senza, però, colpire obiettivi civili, né provocare danni consistenti agli insediamenti militari.

 

Ciò che Tehran voleva dimostrare è la capacità, potenziale, di saturare lo spazio aereo e mandare in crisi il sistema di quella difesa aerea che viene considerata la più forte del mondo. E che ha avuto bisogno dell’intervento di americani e inglesi – qualcuno sostiene anche dei francesi – per intercettare i droni iraniani.

Dimostrazione che è servita anche a puntualizzare che l’Iran non intende più accettare attacchi sul suo territorio nazionale. Quale è, a tutti gli effetti, il Consolato di Damasco colpito dagli israeliani.

 

L’intervento di Washington è stato essenziale non solo per bloccare l’attacco iraniano, ma anche, anzi soprattutto, come mediazione diplomatica. Facendo chiaramente capire a Nethanyau che non avrebbe sostenuto una, ulteriore, azione israeliana. Che il premier aveva subito annunciato. Per poi essere costretto alla marcia indietro.

L’Iran non rappresenta, in questo momento, un obiettivo primario per gli Stati Uniti. Già troppo impegnati a disincagliarsi dal pantano ucraino. E molto preoccupati per il crescere della tensione con la Cina. Senza contare l’imminente cimento elettorale, che vede l’Amministrazione Biden in gravi difficoltà.

 

Così è assai probabile che abbiano ragione coloro che sostengono vi siano stati canali segreti di comunicazione tra Washington e Tehran. Contatti volti a limitare l’attacco iraniano. E, poi, a bloccare Nethanyau.

 

Tuttavia la situazione è ben poco tranquilla.

Nethanyau morde il freno. E vuole regolare i conti una volta per tutti con l’Iran. Tuttavia sa di non poterlo fare solo con le sue forze. A meno di non fare ricorso all’opzione nucleare.

 

A sua volta Tehran si trova ad affrontare notevoli difficoltà. Interne ed esterne.

La società, politica oltre che civile, iraniana è molto più variegata e complessa di come, normalmente, la si rappresenta. E i ceti economici – bazari, ovvero potere finanziario, in testa – sono in agitazione. Perché un conflitto aperto con Israele avrebbe effetti economici devastanti.

Così lo stesso Khamenei è dovuto intervenire per cercare di saldare le diverse posizioni. E facendo un discorso solo in apparenza duro. In realtà aperto alla trattativa, e ad accordi, sotto traccia, con Israele e Washington.

 

All’esterno, poi, Tehran ha il problema dei paesi arabi. Che non sembrano disposti a sostenerla. Soprattutto visto l’atteggiamento della Giordania, che ha cooperato ad abbattere i droni iraniani nei suoi cieli. Spia di un isolamento politico pericoloso. E, ancora più, della minaccia di ritornare allo scontro tra fronte sciita – Iran, Siria, Hezbollah, Houthi, Iraq – e stati sunniti.

 

Guerra di nervi, dunque. Di strategie che contano più per gli effetti psicologici che per quelli militari.

Guerra che, però, non può durare in eterno con queste modalità.

Perché, prima o poi, le parole conteranno zero. E toccherà misurarsi con le armi.

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