I dazi sulle auto cinesi penalizzano i consumatori italiani

16 Giugno 2024

Dazi sino al 48% per le auto cinesi vendute in Europa. Un provvedimento deciso da un’Europa che, casualmente, segue pedissequamente le imposizioni di Washington. Ma è una coincidenza, ovviamente. Come una coincidenza è che la decisione sia stata presa prima dell’insediamento del nuovo parlamento europeo e delle commissioni. Cioè da gente delegittimata. Ma lo stile non caratterizza le istituzioni europee.

E neanche il buon senso. Perché, in teoria, la decisione è stata presa per tutelare le aziende automobilistiche del Vecchio Continente, penalizzate dagli aiuti di stato di Pechino alle industrie cinesi. Ovviamente per i maggiordomi europei non contano gli aiuti di stato di Washington alle industrie statunitensi. Ma, sino a qui, è la consueta dimostrazione di ottuso servilismo.

Il problema, però, questa volta è a valle. Colpire le auto cinesi a prezzi contenuti, senza intervenire sui prezzi finali delle auto delle case europee, significa impoverire il ceto medio di Francia e Germania, costretto a dissanguarsi per le nuove vetture, e umiliare quello italiano che non potrà permettersi le nuove auto a causa di retribuzioni medie più basse di quelle di francesi e tedeschi. Mentre i prezzi eccessivi non favoriranno le esportazioni di auto europee – Ferrari e auto di super lusso sono una nicchia di successo ma irrilevante in termini di economia globale – e spingeranno Pechino ad investire sempre più nelle fabbriche ungheresi che produrranno, in Europa e senza dazi, le vetture cinesi.

Quanto alla transizione ecologica, ce la si può scordare, a questi prezzi. Mentre le inevitabili ritorsioni cinesi penalizzeranno altre industrie europee e relativi lavoratori.

In fondo, però, i maggiordomi europei stanno solo rispettando gli ordini di Biden. Che mira a creare un mercato dell’Occidente collettivo totalmente disaccoppiato da quello del Sud globale. E nell’Occidente collettivo ci sarà spazio per i ricchi, gli statunitensi, ma servirà anche chi dovrà interpretare il ruolo del Bangladesh. Chi meglio dell’Italia? Con le retribuzioni più basse, i diritti in riduzione, il lavoro povero ormai strutturale, le lunghe vacanze da eliminare, la pensione da evitare perché si potrà abbandonare il posto di lavoro, sottopagato, soltanto quando si sarà troppo vecchi e malati per godersi qualche anno di riposo dopo una vita di sfruttamento.

 

Condividi

Trending posts

Leggi anche