I produttori di vino cercano solo consumatori altospendenti. E vanno in crisi..

30 Settembre 2024

Tempo di vendemmia. E, dunque, inevitabile discutere del frutto principale della vendemmia, quel vino che sta incontrando crescenti difficoltà sulle tavole di tutto il mondo. Il Gambero Rosso pubblica le analisi di un giovane esperto statunitense. Che avrà indubbiamente una visione un po’ particolare (è pur sempre uno yankee..), ma che non ha tutti i torti. Soprattutto quando afferma che il vino non è più una bevanda per giovani.

L’aspetto fondamentale dell’analisi è proprio in quel “non è più”. Perché in passato lo era. A maggior ragione in Italia. Basti pensare alla gauche intello, passata dalle canzoni di Guccini sulle “Osterie di fuori porta” ai corsi di vari livelli per sommelier, accompagnati da fondamentali dibattiti sul retrogusto di fiori bianchi spessi.

Nel mentre i prezzi lievitavano senza controllo e senza ragione. Trasformando il vino in un lusso. E poiché il lusso diventa sempre più un privilegio per pochi, è evidente che i consumi stiano calando.

Al di là del giudizio sul diritto anche del popolo a concedersi qualche piacere, piccolo o grande, resta un problema economico non irrilevante: la produzione del vino non è pensata per un numero sempre più ridotto di consumatori. Con la solita conseguenza all’italiana. Si riduce il numero delle bottiglie vendute e si aumenta il prezzo per mantenere il livello degli incassi. Provocando una ulteriore contrazione del consumo.

D’altronde tutti sono convinti di essere non solo grandi ma addirittura eccelsi produttori. Tutti sono convinti che l’ammortamento di un vigneto acquistato per 15/30mila euro all’ettaro sia identico a quello di chi ha pagato più di 1 milione per un ettaro in una zona diversa.

Poi si stupiscono se nei “luoghi sacri del vino”, come scrive il giovane statunitense, il pubblico sia sempre più vecchio e composto da pochi ricchi che guardano con disprezzo i giovani e poveri appassionati.

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