Che i giornali debbano rispondere ai propri padroni, che li foraggiano abbondantemente, mi pare una cosa scontata, oltre che documentata. Scrive Marcello Foa in Il Sistema (in)visibile che “I direttori dipendono dagli editori e sono gli interpreti di una linea politica decisa dal consiglio di amministrazione e che ovviamente condividono, altrimenti non accetterebbero l’incarico”. Nessuno scandalo, si sa, ma insopportabile è il piagnisteo continuo contro un retorico bavaglio: per essere realmente liberi basterebbe rifiutare il finanziamento pubblico e, come per qualunque imprenditore, vivere e prosperare del proprio lavoro. È “il sistema dei profitti e delle perdite, il meccanismo di feedback automatico della libera impresa” – giustamente sottolinea il docente di economia Walter Block – “Se un imprenditore fa cattivo lavoro, le persone evitano la sua azienda. Se non rimedia ai suoi errori, il fallimento è il risultato ineluttabile e di solito rapido”.
Accade, invece, che nonostante il tracollo di vendite e le frignate mediatiche dei suoi addetti ai lavori, La Repubblica e il Fatto Quotidiano risultino in caduta libera nelle vendite, e quindi nell’accettazione dei cittadini. Il comico della faccenda, purtoppo sostenuta dal denaro pubblico, è che c’è chi spaccia il lavoro di queste testate come “giornalismo d’inchiesta”. Patetico.
In una, c’è tale Paolo Berizzi, santificato da una scorta, che vive, si gonfia e si lustra adocchiando fascisti e scrivendo dei cosiddetti libri intrisi di superficialità e di invereconde interpretazioni e suggestioni. Una delle sue inchieste più rischiose è stata quella di individuare Salvini con una felpa della ditta legata a CasaPound. E da lì parte una ricostruzione di fantafascismo che. se non fosse pericolosa per il potere seduttivo che ha su un pubblico predisposto, sarebbe oggetto di un saggio sulla manipolazione mediatica, in aggiunta a qualche valutazione di tipo psicologico.
Nell’altro, c’è tale Andrea Scanzi, soggetto gravemente egocentrico e narcisista, quindi, conseguentemente, presuntuoso, arrogante, insolente, petulante. Di lui si potrebbe dire quello che un mio docente di psicopatologia descrisse a lato della clinica e come simpatica battuta: se colui che, insistentemente, si presenta con il pronome Io davanti ad una serie diversificata di predicati e complementi, togliete questi due elementi dall’analisi logica troverete solo una serie di Io-Io-Io-Io-Io…che onomatopeicamente risultano il raglio dell’asino.
Il fatto grave, però, è la rabbia livida che esprime in certe circostanze. Come quando, a commento del caso di Ilaria Salis, di fronte all’attacco fisico del branco nei confronti di inermi, afferma che “se accertato di aver picchiato – aggiungo giustamente – due neonazisti…”. O nell’attacco furioso contro Vittorio Sgarbi. Non mi interessa nulla della sua vicenda, spetta ai magistrati stabilire una verità giuridica, anche se non sempre accade. Ma è intollerabile che un indagato venga messo quotidianamente alla gogna, ridicolizzando il suo fisico, coinvolgendo la compagna, additandolo al pubblico disprezzo.
E questi sarebbero i giornalisti d’inchiesta, appartenenti alla stampa libera e democratica?
Aveva ragione, come sempre, Nietzsche: “Guardateli, questi superflui! Sono sempre malati, vomitano la loro bile e la chiamano giornale”.
Solo senza certi rappresentati tutta l’informazione potrà ritenersi degna di essere seguita.

