Ibrahim Traorè, il giovane ufficiale che guida la giunta rivoluzionaria del Burkina Faso, appartiene ad una famiglia di tradizione islamica.
Eppure non ha esitato a minacciare quei concittadini, per altro non pochi, che si trovano attualmente in Arabia Saudita. Dove vengono “istruiti” per diventare Iman. Ovvero strumenti della diffusione dell’Islam wahabbita in Africa.
Traorè è stato estremamente duro. E deciso.
“Non crediate di poter rientrare in Burkina Faso per fare propaganda islamista.
Il Burkina è, e resterà, uno Stato ove vige la libertà di religione”.
Questo ci fa comprendere la complessità della situazione, anche culturale, dell’Africa subsahariana.
L’Islam vi è stato portato con la forza. Una prima forma di colonialismo, precedente quello europeo. E avvertito, in fondo, come estraneo alle culture africane.
Questo, naturalmente, non implica automaticamente un rifiuto totale della religione islamica. Che ha, ormai, messo radici profonde, per altro coniugandosi con la cultura africana in nuove, spesso originali, sintesi.
Tuttavia questo non significa una qualche disponibilità a subire un nuovo colonialismo culturale.
Che, poi, da culturale diverrebbe, quasi automaticamente, qualcosa di ben più opprimente e invasivo.
Ciò che è accaduto in Nigeria, e in altri paesi della regione, lo ha dimostrato. Il sorgere di movimenti islamisti radicali che hanno messo a ferro e fuoco intere regioni. Impoverendo terre che avrebbero potuto avere ben altro destino.
E, di fatto, favorendo gli interessi di coloro che quei paesi vogliono mantenerli instabili. Per meglio sfruttarne le ricchezze naturali.
Traorè è, a tutti gli effetti, l’erede e il continuatore dell’ opera di Sankara. Che pure era di famiglia cristiana.
Tuttavia ciò che conta davvero è che entrambi sono figli del Burkina Faso.
Africani. E orgogliosi della loro origine.
La lotta di Sankara un tempo, quella di Traorè oggi, è per l’Africa. E per dare un futuro a quelle terre per troppo tempo colonizzate e sfruttate.


