Le cronache – o, per meno, il poco spazio lasciato libero da Sanremo – si stanno riempiendo di un nome. Rafha.
Intorno al quale ruota, vorticosamente, quel poco di diplomazia internazionale che sta cercando una soluzione pacifica, o meno cruenta, per la crisi di Gaza.
Rafha… già, ma che cos’è Rafha? L’antica Rph egizia, che gli Arabi chiamano ancora Raph, e che noi conosciamo con il none adottato durante il mandato britannico in Egitto e Palestina. Una cittadina nel sud della Striscia, ad appena 30 chilometri da Gaza. Sino a ieri poco più di 150.000 abitanti, oltre la metà dei quali nei due, grandi, campi profughi alla periferia urbana. Oggi saliti a circa un milione e mezzo.
Già questa, per così dire, esplosione demografica, ci permette di vedere il problema. In tutti i suoi aspetti.
Fuggendo da Gaza, gli abitanti si sono rifugiati a Rafha. Ammassandosi, invano, in prossimità dell’unico valico che potrebbe permettere loro di rifugiarsi nel Sinai egiziano. Valico, tuttavia, tenuto saldamente chiuso da Al Sisi .
I Servizi di intelligence israeliani sostengono che, tra i rifugiati, si trovino molti miliziani, e soprattutto quadri dirigenti di Hamas. Di qui la decisione del governo israeliano di affondare l’offensiva,attaccando la cittadina della Striscia.
Con tutta evidenza, questo attacco sarebbe un massacro. Tale da fare impallidire quello provocato dall’offensiva condotta in questi mesi sulla città di Gaza.
Di qui la, frenetica, attività diplomatica di queste ore. Volta a convincere Nethanyau a rinunciare ad affondare il colpo.
Attività che vede spendersi l’emiro Al Thani del Qatar, il Segretario di Stato Blinken e, soprattutto, il Presidente Al Sisi.
Ma Bibi, ancora una volta, ha gelato ogni speranza. Per lui l’attacco a Rafha è irrinunciabile. Nel caso opposto – ha affermato – sarebbe, per Israele, come dichiararsi sconfitta.
Certo, contemporaneamente ha garantito dei “corridoi umanitari” per i civili… ma che possono significare, ed essere, nella realtà di un conflitto in cui i miliziani armati si trovano mescolati (e coperti) da centinaia di migliaia di civili?
È solo un’affermazione, e una promessa, di facciata. Non ci crede nessuno. Soprattutto lui. Nethanyau.
Il problema, anzi l’elemento che osta ad ogni soluzione diplomatica, è che l’offensiva contro Rafha rappresenta davvero, per l’esercito e, soprattutto, il governo di Israele, l’unica soluzione possibile per uscire da un conflitto interminabile. E non perché questa possa davvero portare alla distruzione di Hamas, obiettivo dichiarato.
Piuttosto perché è l’unica possibilità per costringere oltre un milione di palestinesi ad abbandonare la Striscia. E a trasferirsi in massa nel Sinai egiziano sotto la pressione delle armi israeliane.
Tuttavia, cone dicevo,vi è la ferma opposizione dell’Egitto. Che tiene chiuso e ben vigilato il valico. Al Sisi ha detto chiaro e tondo che un’offensiva contro Rafha porterebbe il Cairo a denunciare gli accordi con Gerusalemme. Riportando le relazioni bilaterali alla, lontana, epoca precedente Sadat.
Nethanyau, però, insiste nel suo proposito. Spera, evidentemente, che l’emergenza umanitaria, e la pressione internazionale, costringano Al Sisi a cedere, il che gli permetterebbe di fare della Striscia una terra di nessuno semi-spopolata.
Di qui la preoccupazione, sempre più evidente di Washington. E del Segretario di Stato Blinken. Che teme di perdere un alleato importante come l’Egitto nel mondo arabo.


