Il disastro arbitrale come simbolo della crisi italiana

4 Marzo 2024

Gli appassionati di calcio, in Italia, sono molto più numerosi di coloro che si interessano ai tentativi di Ursula von der Leyen di scatenare la guerra nucleare. E di coloro che si degnano di andare a votare. Non a caso, dopo il boom di astensioni in Sardegna (sono andati al voto poco più di metà degli aventi diritto, ma si ironizza sull’astensione in Iran, dove l’affluenza è stata di 10 punti in meno rispetto all’Isola), un commentatore TV ha sottolineato come Calenda abbia avuto meno voti di quanti erano gli spettatori per la partita del Cagliari.

Dunque, per spiegare la crisi italiana, meglio partire dalla situazione degli arbitri. Che è pessima. E manca persino l’alibi della sudditanza psicologica nei confronti della squadra degli Agnelli. O della corruzione, sempre riferita alla medesima società e a poche altre.

Ora gli arbitraggi sono pessimi anche nelle partite in cui c’è poco o nulla in ballo. Sono pessimi anche di fronte a situazioni piuttosto facili da affrontare. E allora l’arbitro diventa il  simbolo della crisi della classe dirigente italiana. Perché arbitri men che modesti non possono garantire qualità di un arbitraggio. Così come politici pessimi non possono governare bene e neppure organizzare una opposizione decente. E imprenditori di basso livello non permettono all’economia italiana di crescere.

Però tutti costoro si sentono “istituzione”, dunque non accettano di essere criticati e giudicati in modo negativo. Compresi gli imprenditori che, ovviamente, non rappresentano altri che se stessi. Perché tutti si considerano Vip, dal ministro all’influencer, da chi indossa una divisa a chi può licenziare centinaia di lavoratori in un colpo solo. Dunque i calciatori sono liberi di rotolarsi per terra se sfiorati da un avversario, possono fingere colpi mai ricevuti, ma non devono permettersi di mettere in dubbio il Verbo arbitrale. L’arbitro come il giudice: intoccabili.

Di fronte alla perfezione ci si potrebbe anche inchinare. Peccato che la perfezione sia molto ma molto lontana. E allora viene da chiedersi le ragioni di questo crollo di qualità. Che riguarda anche il giornalismo.

La risposta più semplice, fornita anche da uno studio di un’università scandinava, è che sta calando rapidamente il Quoziente intellettivo umano. Però gli universitari non sfuggono alla regola e, dunque, non ci si può fidare neppure della ricerca.

Indubbiamente, però, la scuola ha una enorme responsabilità nel crollo delle capacità. Gli insegnanti si rifiutano di far “crescere” gli allievi per evitare grane con famiglie e Tar. Gli ignoranti devono essere promossi, i teppisti premiati, gli stupidi sostenuti. Guai ad insegnare ad affrontare e superare le difficoltà! Le difficoltà devono essere appianate da insegnanti e famiglie per non stressare il pargolo. Che, di conseguenza, non impara ad affrontare la vita. Con risultati disastrosi a partire dai rapporti personali.

Lo stesso vale per gli arbitri. Che pensano di poter sbagliare per poi essere salvati dal Var.

Vengono deresponsabilizzati, esattamente come gli studenti. E, senza responsabilità individuale e collettiva, il disastro è inevitabile.

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