Riferiscono fonti ritenute, comunemente, autorevoli (Bloomberg ed altri) che, in Ucraina, l’applicazione della IA alle strategie belliche si è rivelata un totale fallimento.
Tecnici e strateghi del Pentagono ritenevano infatti che con l’uso dell’Intelligenza Artificiale, fornita dagli States, le forze di Kiev avrebbero facilmente prevalso su quelle di Mosca.

Perché le loro strategie sarebbero state guidate da dati oggettivi, filtrati da un sistema incrociato di sistemi di rivelazione informatica. E organizzate dalla IA. Evitando i limiti dell’errore umano.
Ma così non è stato. Tanto per fare un esempio, la precisione di tiro dei russi, che ancora si basa sugli uomini, è di molte volte superiore a quella degli ucraini. Teleguidati, diciamo così, da sofisticati sistemi informatici.
Non sono un tecnico, né pretendo di avere una qualsivoglia competenza su tale argomento. Mi rimetto, però, ai dati delle agenzie in questione.
Che mi portano a riflettere.
Sulla guerra e… sul fattore umano.

Perché, nell’Arte della Guerra, quello che, progressivamente, è andato perduto è proprio questo. Il “fattore umano”. Ovvero l’importanza dell’Uomo che combatte. Con i suoi pregi ed i suoi difetti. Il suo eroismo e la sua paura.
Ed è una perdita grave. Soprattutto del, cosiddetto, Occidente. Che ha creduto di sostituire questo con la “tecnica”. Di fatto de-umanizzando la guerra. Che, ci piaccia o meno (e capisco non ci possa piacere) è una componente fondamentale della nostra storia. E della nostra vita.
La nostra civiltà inizia con l’Iliade. Achille contro Ettore. E ciò che siamo, che siamo stati per secoli, per millenni, viene da lì.
L’uomo contro l’uomo. La prova delle armi. Del valore. L’aristia. Una immagine che si è protratta sino quasi ai giorni nostri. Affinandosi in strategia. Che è, appunto, Arte. Cruenta, sanguinosa. Ma Arte. E quindi dipendente dal valore, dalle capacità, dall’intelligenza umana.
Perché non si è trattato più, soltanto, di forza e di coraggio fisico. Cesare non era particolarmente prestante in battaglia. Ma era un genio della strategia. E così pure Napoleone, che sembra, anzi, avesse timore dello scontro fisico. Ma che dominava la battaglia con il suo intelletto. Con il suo genio strategico. Che andava ben oltre i limiti della forza fisica. O bruta, che dir si voglia.
Così fino alla Grande Guerra. Che fu guerra di massa. E di materiali. Dove la potenza tecnica cominciò a contare più dell’intelligenza strategica. E del valore sul campo di battaglia.
Lo intuì, con lucidità, Ernst Jünger. Nel suo “Nelle tempeste d’acciaio” narra lo scontro tra l’uomo e la macchina. È ancora l’Iliade, ma uno dei due contendenti non è più umano. È la potenza della tecnica. Che deriva dalla ricchezza. Dal denaro.

Per quello Ezra Pound scrisse che per un poeta moderno è impossibile prescindere dall’economia. Come per Omero era impossibile non parlare della guerra.
L’economia, l’interesse e la potenza economica, non solo scatena le guerre. Ne determina il risultato. La vittoria dipende dai mezzi a disposizione. In ultima analisi dalla ricchezza e dalla tecnologia. Che non sono… umane.
L’America ha incarnato, ed incarna questa diversa visione della guerra. Che è ormai propria di tutto il, cosiddetto, Occidente Collettivo.
Una visione che si è affermata nella Guerra Civile. Il valore dei Cavalieri Grigi di Lee fu sconfitto dalla superiorità dei materiali delle Giacche Blu di Grant.
Bloody Shiloo ne fu la riprova.
Però questo nuovo paradigma, questa concezione della guerra come potenza materiale e non come valore umano, ha cominciato, dopo la Seconda Guerra Mondiale, a mostrare delle falle.

In Vietnam i rapporti di forza materiale erano tutti a favore degli americani. Eppure hanno perso.
Incapacità di comprendere l’ambiente. E gli uomini, i Vietcong, che in quell’ambiente vivevano e combattevano.
Lo spiega con lucidità il generale David Petreus nel suo saggio storico.
E la storia si è ripetuta. Con i Talebani, ad esempio.
Intendiamoci. Nessuna simpatia ideologica per i Viet o i Taliban. Solo la constatazione che l’idea che le guerre si vincano soltanto con una superiorità di mezzi e tecnica, senza l’uomo, si sta rivelando progressivamente fallimentare.
Sempre più fallimentare, man mano che il fattore umano diventa meno importante. Meno tenuto in conto. Sino a questo tentativo di sostituire le decisioni di uomini con quelle prese da una, asettica, Intelligenza Artificiale. Come in qualche incubo generato dalla immaginazione di Philip K. Dick.

Non so come andrà a finire la guerra in Ucraina. E non è, per altro, questo che ora mi interessa.
Ma, se è vera la notizia di Bloomberg, possiamo avere la prova che il fattore umano non può essere sostituito da qualcosa di… artificiale. Nella guerra, come in tutte le altre attività fondamentali della vita.