Il Foglio scende in campo per promuovere Giuli che rinnega il proprio passato

6 Ottobre 2024

Coincidenze, sono solo coincidenze. Dove ha lavorato come giornalista l’attuale ministro della cultura, Alessandro Giuli? Ma nel laico, progressista, atlantista, filoisraeoiano Foglio, naturalmente. Ed ora il quotidiano dedica, curiosamente, un articolo ad un film come “Caterina va in città” per potersi occupare di postfascisti. Non proprio un’opera di questi giorni, dal momento che il film di Virzì è del 2003.

E allora, perché? Perché uno dei personaggi della pellicola è un sottosegretario postfascista che va in crisi dopo aver partecipato ad un matrimonio di un parente. Una cerimonia caratterizzata da saluti nostalgici, discorsi altrettanto nostalgici che il bravo sottosegretario non sopporta più, folgorato sulla strada del governo e del potere. Mentre i parenti sfigati, non toccati dalla spartizione di poltrone e strapuntini, di incarichi ben retribuiti e promozioni familistiche, restano ancorati al passato, agli scontri dove hanno rischiato la vita e la galera. Cattivi, bruti, passatisti. Non in grado di comprendere il nuovo che avanza e che li dovrebbe obbligare a sostenere, a prescindere, le abiure del sottosegretario e dei suoi leader.

Guido Vitiello, sul Foglio, si riferisce ovviamente ai personaggi del film. Però, stranamente, la vicenda assomiglia tanto alla storia di Giuli. Trasformato da militante duro e puro in politico di vertice nemico di ogni pozzanghera postfascista sopravvissuta. In nome della governabilità, certo. Però sembra quasi che sia in nome del proprio ruolo di potere e delle poltrone conquistate da famigli e sodali.

Comprensibile, ovviamente. Però non si capisce perché la base dovrebbe seguire gli ordini dei vertici: rinnegate tutto e tutti. In nome delle poltrone di Giuli e colleghi? Perché non è che il lavoro povero o la guerra al ceto medio fossero parte del programma con cui si coinvolgeva la base. L’importazione di nuovi schiavi per ridurre i diritti dei lavoratori italiani non era tra le motivazioni delle manifestazioni. Lo sterminio dei bambini palestinesi e libanesi non entusiasma chi, in passato, aveva scelto la definizione Organizzazione Lotta di Popolo proprio per la sigla Olp. La speculazione edilizia non era nei programmi di Fare Verde o dei Gruppi di ricerca ecologica. L’unione europea dei banchieri e dei burocrati non assomiglia all’Europa dei popoli dell’Atlantico agli Urali.

I nuovi “amichetti e amichette” che dirigono e affollano le iniziative della destra fluida culturale non provengono dal mondo di coloro che hanno lottato negli anni più difficili per poi essere messi da parte quando è arrivata la torta da spartire. Per la felicità di Giuli e del Foglio. Che, tuttavia, potrebbero almeno evitare il disprezzo nei confronti di chi ha lottato per delle idee e non per le poltrone.

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