Il gelo su Pechino

29 Aprile 2024

 

 

Faceva molto freddo a Pechino nei giorni scorsi. Vento gelido. E non per gli scherzi del clima di questo strano Aprile.

Il gelo è un gelo diplomatico, che ha avvolto tutto l’incontro tra il Presidente Xi Jinping e il Segretario di Stato americano Blinken.

Incontri, anche quello col ministro degli esteri cinese, conclusisi senza una comune dichiarazione di intenti.

Fatto estremamente significativo. Perché, al di là di quello che viene detto – e, in genere, è semplice fuffa retorica – questa dichiarazione è uso consolidato. E serve a fare capire che le relazioni fra le due potenze sono buone. E che si sono fatti dei progressi. Questo sin dai tempi di Kissinger e della diplomazia del ping pong.

 

Ed è da quegli anni lontani, quando ancora Mao, il Grande Timoniere, governava nella Città Proibita, che le relazioni bilaterali fra Washington e Pechino non sono state così… gelide.

 

Le posizioni appaiono sempre più distanti. E il fossato che divide le due potenze si va progressivamente dilatando. Divenendo incolmabile. Anche perché la diplomazia di Blinken non sembra certo adatta a rassicurare Pechino sulle intenzioni degli States.

 

Infatti chiedere alla Cina di rompere con Mosca, e spostarsi sulle posizioni dell’Occidente Collettivo sulla guerra in Ucraina è, semplicemente, demenziale.

Pechino è convinta, e non da oggi, che la strategia di Washington contro la Russia non sia che un preludio. La prima fase di una strategia offensiva più vasta e complessa. Che ha proprio la Cina come obiettivo finale.

 

Indebolire la Russia, se possibile portarla alla disgregazione, per impedire che Pechino possa trovare appoggio in un partner forte. Capace di fornire le materie prime di cui il suo sistema industriale ha crescente bisogno. Come sta, appunto, oggi facendo Mosca.

 

Inoltre, difficile credere ai sorrisi diplomatici di Blinken, quando il Congresso statunitense vota pacchetti di aiuti militari a Taiwan. E la Casa Bianca persegue, con continuità, una strategia volta ad isolare la Cina nell’area del Pacifico. Tessendo una vera e propria cintura di contenzione con i paesi dell’area. E riarmando il Giappone.

 

Gli strateghi di Pechino sanno bene che, per Washington, il controllo dell’Indo-pacifico è l’obiettivo primario e finale. La sconfitta della Russia solo una mission secondaria.

La Cina ha ormai superato da tempo gli States come produzione industriale. E sta cominciando a insidiare il primato monetario del dollaro. Il fatto che i sauditi accettino ora il pagamento del petrolio in yuan ne è solo la spia.

Preoccupa la Casa Bianca, e ancora più Wall Street, il dilatarsi dell’area dei BRICS. E la crescente influenza della Cina e della sua valuta.

Il primato americano rischia, quindi, di ridursi progressivamente. E di sparire un po’ alla volta.

Per questo i Mandarini Rossi sono convinti che Washington vada nella direzione di una prova di forza. Sfruttando la superiorità di cui ancora gode sotto il profilo militare.

 

E vedono nei conflitti in corso, e in quelli potenziali, solo tasselli di una strategia complessiva. Guerra con la Russia, Gaza, Mar Rosso, Iran… vengono letti dai cinesi come fasi preparatorie di un attacco contro di loro. Che avrà come probabile causa scatenante l’annosa questione di Taiwan.

 

Pechino non vuole la guerra. La sua politica si fonda su un, lento e paziente, lavoro di penetrazione economica in tutti i quadranti geopolitici. Per conquistare una sorta di egemonia senza conflitti aperti.

 

Ma Xi Jinping e il suo gruppo dirigente si sono ormai convinti che Washington farà di tutto per impedire la crescita della potenza cinese. Utilizzando ogni mezzo.

E, freddamente, si sono convinti che lo scontro frontale sia ormai solo questione di tempo. E, naturalmente, si stanno preparando. Con… pazienza cinese.

 

Per questo Blinken ha trovato un’aria così gelida ad accoglierlo a Pechino.

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