Il lavoro in nero nei centri estivi per i bambini rimasti in città

24 Giugno 2024

Il business dei centri estivi garantisce grandissimi profitti a padroni e gestori dei circoli nei quali si svolgono tali attività, i quali speculano spesso e volentieri sul disagio di molti genitori che, dovendo lavorare anche nei mesi estivi e non avendo la possibilità di affidare a qualcun altro i propri figli per non lasciarli soli, si vedono costretti a rivolgersi a tali strutture.

 

Per non parlare di cosa spetta ad un povero giovane animatore di un centro estivo. Perché esistono strutture che rendono possibile a giovani minorenni di lavorare per tante ore, gravandoli di responsabilità – prima fra tutte, quella di garantire la sicurezza di bambini di età compresa fra i tre e i quindici anni – senza diritti di alcun tipo.

Se Alessandra, giovane volenterosa, avesse trovato lavoro altrove (dove però è richiesta già una certa esperienza, ma la domanda come suggerirebbe Lubrano sorge spontanea: “ma come fare esperienza se non si viene assunti?”), non si troverebbe a essere sfruttata così. Una ragazza, quasi maggiorenne, non si sarebbe prestata ad un impiego simile, vendendo la propria forza-lavoro a uomini senza troppi scrupoli, pronti a lucrare sul bisogno creato anche da alcune “mancanze” da parte dello Stato.

 

Tutto questo dovrebbe indignarci, perché accade con il benestare del Comune e dello Stato che, continuando a tagliare sulle spese sociali e non offrendo servizi popolari in aiuto alle famiglie, di fatto le gettano, anche se indirettamente, nelle mani dei titolari dei centri estivi, quasi sempre facoltosi proprietari di circoli sportivi o gestori di cooperative che non si fanno scrupoli a speculare in maniera esagerata sulle necessità di genitori senza alternative e di giovani che, in condizioni di bisogno economico, si prestano a tale sfruttamento poiché non vedono altre prospettive.

Lo Stato mostra la sua vera natura all’interno del sistema capitalistico, ovvero quella di contribuire al profitto privato a spese della Cosa Pubblica e della collettività. La scuola di cui stiamo parlando, se ricevesse fondi adeguati, avrebbe tutte le possibilità per offrire un simile servizio, senza ombra di dubbio a costi popolari ed offrendo occupazione in condizioni dignitose.

La società tutta dovrebbe riflettere, perché Alessandra è un ragazza che vede iniziare la sua giornata alle 7:00 del mattino e terminare alle 18:00. Nulla di strano se si alzasse dal letto d’inverno per andare a scuola e non per cominciare il turno di un lavoro alle 7.30 in piena estate, con l’illusione di avere a fine settimana 50€, soldi che purtroppo come illustrato durante il suo colloquio, verranno dati ai ragazzi più meritevoli. A fine settimana, Alessandra scopre di non essere tra le più meritevoli, la sua motivazione pur essendo ai minimi termini non la scoraggia dal proseguire un percorso di esperienza, da potere inserire l’anno seguente nel suo curriculum.

Eppure la realtà è un’altra: arrivata sul posto di lavoro, si rimbocca le maniche e per dieci ore circa compie il suo dovere per guadagnare la misera paga che le spetterebbe, ovviamente in nero. Una tragicommedia sembrerebbe, una presa in giro o, al massimo, il solito resoconto della giornata lavorativa di un giovane immigrato che raccoglie pomodori in qualche lontano appezzamento di terreno gestito dalla criminalità organizzata. Ma tutto questo accade in un noto centro sportivo alla periferia di Torino.

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