Forse torno troppo spesso, con eccessiva insistenza, sulla guerra in Iran.
In effetti vi sono altri motivi di tensione nel nostro mondo. L’Ucraina, certo, ma anche Taiwan…e potrei continuare spostando lo sguardo verso i Balcani. La Transnistria, la Moldova. La Serbia.
Tuttavia la guerra in Iran rappresenta un caso esemplare. E non solo perché sta mettendo in discussione l’approvvigionamento di gas e petrolio, e facendone levitare i prezzi.

Questo, semmai, è un portato. Una conseguenza, nella quale, per altro, bisognerebbe fare la tara del gioco, estremamente sporco, della speculazione.
No. La guerra in Iran è, prima di tutto, un paradigma.
Un paradigma che sta mettendo in discussione gli equilibri cui siamo, forse da troppo tempo, abituati.
Gli Stati Uniti, se preferite il Presidente Trump, hanno attaccato senza una ragione stringente. E, va ricordato, senza tenere alcun conto delle trattative in atto fra loro e la leadership iraniana. Che sembravano già a buon punto.
Un attacco, quindi, proditorio. Con il dichiarato scopo di provocare un cambio di regime e portare l’Iran sotto il loro completo controllo.

Che questo sia stato determinato dalla volontà di Trump, che non avrebbe ascoltato i consigli ad una maggiore prudenza che venivano dal suo stesso entourage, o dalle pressioni di Israele, di Bibi Netanyahu, conta sino ad un certo punto.
Ciò che conta davvero è il fallimento sostanziale dell’operazione.
Tant’è che lo stesso Trump ha dovuto chiaramente ridurre le sue pretese.
Non più un radicale Regime Change. Piuttosto il dare inizio ad una, difficile, fase di nuove trattative con il regime degli ayatollah. Che ha retto, e si è dimostrato in grado di dilatare l’area del conflitto. Mettendo in movimento tutti i suoi alleati in Medio Oriente. Da Hezbollah in Libano, agli Houthi dello Yemen.
Al di là di ipotesi di una, per altro difficile e rischiosa, futura offensiva americana di terra, un fatto appare ormai chiaro.

L’Iran ha dimostrato la capacità non solo di reggere all’offensiva americana e israeliana, ma anche, e soprattutto, di mobilitare una forte reazione fra le popolazioni del Medio Oriente allargato.
Ottenendo la solidarietà, in prospettiva forse il sostegno concreto, di Sudan, Cecenia, Pakistan…
E mettendo in gravi difficoltà quei principati sunniti della penisola arabica che hanno fornito le basi per l’attacco americano.
Russia e Cina, pur non intervenendo direttamente – cosa che avrebbe scatenato una Guerra Mondiale – stanno sostenendo in ogni modo Tehran.
E facendo pressione politica per una fine dell’attacco americano.
Israele, per altro, sembra in gravi difficoltà, perché colpita, inaspettatamente, dai bombardamenti iraniani. E,nonostante la determinazione del governo Netanyahu, attraversata da una diffusa paura. Che sta spingendo alla fuga la borghesia israeliana produttiva.
Lo stesso Trump appare in gravi difficoltà interne. La sua stessa maggioranza sta sfaldandosi. Il Presidente, sempre più solo, si rende ormai conto che deve, assolutamente, uscire dal tunnel in cui si è cacciato.

Difficile, per ora, prevedere gli sviluppi della situazione.
Tuttavia una cosa sembra evidente.
Il fallimento dell’operazione americana, sta portando ad un risveglio di tutta la regione mediorientale.
Un risveglio che rimette, pesantemente, in discussione tutto il sistema, che si credeva consolidato, di equilibri mondiali.
Tutti gli equilibri. Anche quelli dell’Europa e della stessa NATO, che sta conoscendo una crisi senza precedenti.
Una crisi che potrebbe determinarne la fine, o un radicale cambiamento.