Il poeta e il contadino

3 Febbraio 2024

 

 

I meno (o diversamente) giovani ricorderanno certamente una vecchia trasmissione televisiva. “Il poeta e il contadino”, con dei quasi esordienti Cochi e Renato. Che, per la prima volta portavano (come si suol dire) nelle nostre case un cabaret surreale.

Il titolo adombrava una sorta di, grottesca, sfida tra il Poeta, Cochi, raffinato intellettuale urbano, e il Contadino, Renato, venuto dalla Val Trompia… un modo per sottolineare lo scontro tra due epoche della nostra società. Un passato agricolo, e un futuro… già che futuro? Perché il Poeta rappresentava non la modernità industriale – era il 1973, e il sogno del boom economico cominciava sempre più a cadere in pezzi – bensì un certo intellettualismo astratto. Una astrazione pretestuosamente raffinata, e sempre più scollegata dalla realtà. Autocompiaciuta. E inutile.

 

Mi tornano in mente quelle gag assurde, quelle canzonette, che poi solo canzonette non erano. Mi tornano in mente guardando a quanto sta succedendo in questi giorni. In queste ore.

Bruxelles. I (cosiddetti) leader dei paesi dell’Unione Europea votano, unanimi, altri miliardi di aiuti militari all’Ucraina. Unanimità, va detto, ottenuta mettendo sotto ricatto (e minaccia) l’Ungheria del riottoso Orban.

Avrebbero voluto fare passare questo nuovo “pacchetto” in modo più silenzioso possibile. Insomma… tomo tomo, cacchio cacchio.

Solo che erano, letteralmente, circondati. Fuori dai palazzi del potere burocratico europeo, trattori, contadini infuriati. Che li assediavano.

 

Erano solo la punta di un iceberg. La rappresentanza di ciò che sta avvenendo in tutta l’Unione. Partita dalla Germania, la protesta, che sempre più va assumendo i connotati di una vera e propria rivolta, è dilagata dalla Penisola Iberica ai Balcani. E sta trasformandosi in un vero e proprio movimento transnazionale.

 

E sta trasmutando nello scontro, frontale, tra due mondi. Non, certo, quello dei poeti e quello dei contadini. Anche perché, la poesia, quella vera, ha sempre avuto un forte, e strettissimo, legame con il mondo agricolo. Esiodo era contadino… Virgilio, figlio di contadini, canta nelle Georgiche – secondo Paratore il suo vero capolavoro – la vita dei campi. E avanti così, sino a Pascoli e, cosa forse meno nota, al D’Annunzio di Alcyone.

 

Lo scontro è, piuttosto, tra una visione astratta della società e della vita. Che si trasforma in politiche demenziali, volte solo ad un guadagno finanziario. O, peggio ancora, in politiche malthusiane. Alla follia di voler distruggere l’agricoltura. E promuovere la denatalità.

È la stessa visione che spinge il mondo occidentale nel baratro di conflitti sempre più estesi. E che fa trovare i fondi per armare tiranni e despoti. Non per nutrire gli affamati, incentivare la produzione del settore primario… non per la vita. Solo, ed esclusivamente, per la morte.

 

Già… l’agricoltura è il settore primario dell’economia. Quello fondante e fondamentale. Senza la produzione agricola non vi sarebbe il settore secondario. L’industria di trasformazione. E il famoso terziario, avanzato o meno, morrebbe di fame.

 

Ma questo sembra dare fastidio. Il turbo-capitalismo è sempre più slegato dalla realtà. Anzi è una realtà alternativa. Aliena e dissociata. E pretende di annichilire, eliminare, sostituire la realtà prima.

Di qui la, lucida, follia che promuove nuove alimentazioni a base di insetti, carne sintetica costruita in laboratorio, la distruzione dei campi coltivati, sostituiti con ecologici pannelli solari. L’eliminazione degli allevamenti. Perché gli animali inquinano. In quanto respirano e sono vivi.

 

L’ambientalismo radicale, promosso attraverso il, triste, burattino Greta, vuole un mondo asettico, sterilizzato. Spopolato. Dove pochi, loro, le autoproclamate élite, potranno vivere felici. Senza il rischio di venire contaminati dalle folle, dagli animali… dalla vita.

 

Un’utopia che è, a ben vedere, un incubo apocalittico.

 

Esagero? Non credo… guardate, con un minimo di lucidità e spregiudicatezza, a quanto sta accadendo. In modo sempre più rapido e torbido.

E allora capirete che le immagini di Bruxelles con i leader europei che votano per le armi a Kiev, ubbidendo ai loro veri padroni, mentre fuori i contadini sui trattori urlano la loro rabbia, è un simbolo.

 

Il simbolo della vita, di chi produce vita, che si ribella contro chi è capace soltanto di distruggere. Di portare, ed esportare, morte.

 

Mi resta solo una speranza. Che avesse ragione quel vecchio cinese quando scrisse che è la campagna che conquista la città.

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